Impatto Sonoro
Menu

Interviste

“Surtùm” e la profondità del suono: intervista a Massimo Silverio

(c) Massimo Carpa

A due anni dal debutto “Hrudja“, Massimo Silverio torna con “Surtùm” (qui la nostra recensione), un nuovo capitolo che amplia la ricerca sul linguaggio, sul timbro, sull’origine stessa del suono. Un disco, quello dell’artista friuliano, che sembra nascere da un luogo sospeso tra natura, memoria e atto spirituale, dove la parola carnica smette di essere barriera e diventa veicolo simbolico, eco che passa da corpo a corpo, da ascoltatore ad ascoltatore. L’abbiamo incontrato.

Ciao Massimo! Dopo due anni, rieccoci qui, nuovo disco, nuova intervista per Impatto Sonoro. Noi fummo forse tra i primi a credere in te. E a quanto pare siamo stati ripagati. Il tuo nome è circolato parecchio tra gli intenditori di buona musica e oggi torni con una nuova prova, più convincente che mai. Sei soddisfatto di come sta andando il tuo viaggio di cantautore?

Ciao Giovanni! Che bello ritrovarti e si, la tua intervista per Impatto Sonoro fu la primissima che feci per “Hrudja“. Ti/vi sono tanto grato per il supporto, l’interesse e la cura che avete per la mia musica. Sono felice. Sono molto felice di come sta andando il mio rapporto con il mio percorso. Sono profondamente grato di come le mie canzoni riescano a suscitare l’attenzione di così tante orecchie attente, sinceramente impegnate nell’ascolto. È quasi come se riuscissi a sentire un collegamento diretto tra la mia anima e quella di chi ascolta. Non è affatto scontato, anche perché la mia proposta si sta più o meno rendendo sempre più complicata, linguisticamente e musicalmente parlando. Non potrei essere più fortunato, sento di essere capito, sento che nonostante lo scoglio iniziale ma effettivo della parola questa eco arriva fin dove deve arrivare. Si deposita sul giusto piano. Tutto questa accoglienza alimenta la mia motivazione, i miei intenti.

“Surtùm” sembra un passo avanti musicale rispetto a Hrudja. Ci vedo ancora più sostanza, ancora più stratificazioni sonore, ancora più complessità. Hai l’impressione di avere partorito un’opera ancora più ricca e significativa della precedente?

Per tutto il mondo del quale “Surtùm” ne è simbolo, sì, sento di dire che è senz’altro un fisiologico passo avanti. “Hrudja” è stato l’apice di un lungo e frustrante percorso durato anni di ricerca e solitudine. Era un disco che aveva ancora un certo pudore nel mostrarsi, nel lasciar accadere molte cose. Ma è giusto così, forse anche in questo pudore nascondeva la sua forza interiore, la sua linfa. Questo nuovo capitolo, “Surtùm“, si è praticamente imposto mentre assieme a Nicolas e Manuel stavamo ancora vivendo la gioia di suonare dal vivo le canzoni di “Hrudja“. Una potentissima sintonia e comunione d’intenti si è creata tra di noi mentre ci trovavamo nel mezzo di una tormenta che stava investendo le vite personali di ognuno. Musicalmente parlando ci siamo accorti di essere giunti ad una tappa ulteriore del nostro rapporto che si è probabilmente tradotto nelle stratificazioni, nella sostanza e nella complessità da te citate. L’ulteriore cambiamento l’ho percepito nella naturalezza con la quale le parole di questi testi si sono scritte. Quasi da sole. Sentivo di essere presente, vigile e a guardia di qualcosa di molto intenso. Posso certo aver agevolato questo processo, ad esempio passando tantissimo tempo perso nella natura e nei luoghi per me sacri, però quasi tutti questi “mondi” erano già pronti. Finiti. E rivolti verso l’esterno, verso questo mondo. Credo che ognuno di questi punti o stazioni, nell’esatto periodo temporale nei quali “accadono”, siano di estremo significato e profonda ricchezza per chiunque li rappresenti. E se ancora non lo sono stati, lo diventeranno quando li si potrà guardare più da lontano, nel tempo.

Ho letto in una intervista domandarti dove vanno a finire le canzoni quando sono finite. Io ho interpretato “finite” con “finito di ascoltarle” e ho azzardato la mia risposta: si depositano nelle nostre anime (qualunque cosa il concetto significhi) che come una palude (“Surtùm”) accoglie tutto e trasforma bellezza in bellezza. Che ne pensi?

Che immagine meravigliosa! Ti ringrazio di averla condivisa con me, Giovanni. Si, hai inteso molto bene le mie parole, o meglio la mia domanda. Ciò che cercavo, e che tutt’ora ancora cerco, è questo luogo dell’anima dove si adagia la eco di ciò che ascoltiamo e che ascoltando ci lasciamo passare attraverso. Che siano canzoni, canti, parole o preghiere. Se poi, all’interno della bellezza ultima che dici, includiamo anche la naturale presenza dell’ombra (per molti forse non così bella) la quale accompagnerà tutta la nostra vita, direi che la tua interpretazione è giustissima.
Non possiamo guardare solo alla luce.

Sembra dalla tua opera e dalle tue parole che tu sia alla ricerca di un significato profondo a quel che fai con la musica. Ti faccio una domanda: da dove pensi che viene la musica, non la tua, ma la musica in generale. Pensi al musicista più come un creatore che dal nulla ci porta la sua opera, o più come a un medium capace di comunicare con qualcosa di trascendentale e trasportarlo nel mondo dei sensi?

Sicuramente sono orientato verso l’esistenza di una possibile comunicazione con altri dove, come fonte dal quale attingere questa “materia” così lontana dal fisico. Vedi, io credo che nulla arrivi proprio dal Nulla. Noi occidentali siamo troppo lontani dal concetto di vuoto. Mi chiedo se lo siamo davvero in grado di concepire. Quel nulla dal quale molti credono di attingere probabilmente è vuoto solo in apparenza, ricolmo in realtà di tante immagini e troppo ronzio. Il mio rapporto con la scrittura e con la musica in generale è sempre stato poco conscio e molto astratto. Le poche volte che mi sono reso conto di aver raggiunto una comunicazione diretta e trascendentale con questo altrove è stato nei brevi momenti nei quali sono veramente riuscito ad abitare unicamente il suono e non le miriadi di pensieri che costantemente saturano il nostro pensiero. Ma sono momenti rarissimi. Alcune persone e musicisti sono in grado di abitare questo contatto più a lungo di altri. Detto ciò, credo che chi fa musica sia una figura in grado di raggiungere un’ astrazione spontanea quando lascia andare le redini della sua educata o innata capacità di ascolto e di avere un contatto talvolta diretto con questo spazio dove la musica fiorisce nella sua più pura e meravigliosa forma. Uscire anche dalla convinzione di essere dei portatori di “opere” sicuramente è un passo verso questa spontaneità.

Leggevo anche che ultimamente, durante il processo creativo di “Surtùm” hai passato molto tempo tra le tue montagne, nei tuoi luoghi natali. Quanto credi che il luogo da cui veniamo o in cui viviamo faccia una persona, ne determini quindi anche l’arte?

Credo che il luogo natale determini quasi totalmente lo scolpire e il modellare di un timbro vocale. Anche la nostra voce più ideale, più simbolica. Di conseguenza la nostra persona. Ogni parola, ogni suono che ci circonda ne definisce il carattere: ogni luogo che ci ospita ne alimenta le immagini, il mondo che un suono con sé riesce a trasportare. La mia fantasia, le mie più profonde immagini, sono fatte di boschi, fiumi e montagne. Credo che i nostri luoghi si adagino indelebilmente su di noi. Parlando per esperienza personale, ciò che sento emanare ora dalla mia unità (o per lo meno ciò che unità vorrebbe essere), e credo sarà così finché sarà, sono i luoghi che hanno vegliato sulla mia crescita. Ovviamente il mio discorso non è così estremo ed è assolutamente discutibile, ma credo sia obiettivamente vero che nel suono di una lingua, nei volti, nei tratti e nel complesso di una persona sia possibile leggere tutto questo.  

(c) Riccardo Carpa

Visto che usi una lingua sconosciuta ai più, cosa vorresti che gli ascoltatori  non avvezzi al carnico sapessero dei testi di Surtùm? Quali “messaggi” vuoi mandare, se ve ne sono. 

I testi che scrivo contengono molti messaggi. Un giorno non troppo lontano vorrei inaugurare un luogo dove poterli raccogliere tutti con le rispettive traduzioni. A libera consultazione di chiunque. Per ora mi sto inizialmente affidando alla percezione dell’ascoltatore, ed è qualcosa di bellissimo perché ogni messaggio sembra arrivare anche se tacitamente. Non dico nulla di nuovo sottolineando la magia che si crea tra chi porta una canzone e chi l’ascolta. Né voglio dare troppe direzioni, tanto meno parafrasare testi che per loro natura nascono come stemma di un mio sentire. Come accennavo poco fa la loro caratteristica è quella di essere rivolti al mondo, di trasportare un senso (spero) per il prossimo, nonostante siano nati da una lunga introspezione. Sono canti che percepisco come preghiere, preghiere che vorrebbero nel loro piccolo comunicare in ultimo solo messaggi positivi, ma che per forza sono attraversati da una densa ombra, come il tempo che stiamo vivendo.

Io trovo che il fatto di cantare in carnico renda la tua opera al tempo stesso molto locale, ma anche globale. Nel senso che può ascoltarla un giapponese, un americano o un italiano, ma nessuno dei tre capirà quello che canti e questo, paradossalmente gli dà una forza maggiore, una maggiore capacità di giungere a chiunque. Ci hai mai pensato?

Sì, è chiaro che il mistero dell’incomprensibile è qualcosa che da sempre catalizza moltissima curiosità. Va anche detto che ormai si è forse quasi giunti ad una pienezza e le orecchie ricolme di parecchie persone hanno iniziato a stancarsi dei soliti suoni, però al tempo stesso penso sia importante valorizzare a prescindere le lingue minoritarie e i dialetti. Rappresentano una memoria, un territorio nelle sue uniche specificità. Qualcosa che dona una certa forza identitaria che è indubbia. 

Non ho avuto la fortuna di assistere a un tuo live ma, da quel che si legge in giro, non sono da meno dei dischi. Leggevo anche che il lavoro fatto dal vivo è stato importante per arrivare al nuovo disco. Robert Fripp diceva che “la musica è sempre nuova”, ossia che ogni esibizione di una traccia, per quanto vecchia, porta a una nuova versione della stessa. Condividi?

Certamente, mi sento grato di aver potuto passare così tanto tempo sui palchi assieme ai miei amici e compagni di questo viaggio. Ci siamo legati ancora di più e i nostri intenti si sono resi più saldi e intrecciati. Tanto che Surtùm a una certa era scritto nella volontà di ognuno di noi. Suonare Hrudja dal vivo fu un’esperienza sempre nuova, inedita e formante. Il palco è la più grande scuola per chi fa musica.

Quali sono ora i tuoi piani, personali e musicali? Continuerai a cavalcare l’onda, portando in giro il nuovo disco, hai nuovi progetti?

Mi sono da poco ri-trasferito in Carnia dopo una parentesi di qualche anno a Udine. Sento il bisogno di stare qui, vivere a pieno la mia terra. Musicalmente c’è tantissimo in preparazione e non vedo l’ora di condividere tutti questi nuovi progetti con chiunque li vorrà ascoltare.

(c) Riccardo Carpa

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati