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Back In Time

“The End of an Ear”, il nuovo mondo di Robert Wyatt

Quando si parla di musica, spesso viene commesso l’errore di misurare l’importanza di un’opera soltanto con le vendite o le presenze ai concerti. Nessuno nega che “Thriller” di Michael Jackson sia un gran disco, 50 e passa milioni di copie certificate – per non parlare dell’usato e del moderno streaming – sono numeri che non si raggiungono a caso. La luce che però il mercato musicale sovente fatica a riconoscere è quella dei dischi che hanno venduto poco o nulla, magari a suo tempo sono stati denigrati dalla critica, ma che dentro di sé portano elementi in grado di determinare in modo decisivo la storia dei successivi decenni.

I Soft Machine, da questo punto di vista, ne sono un esempio ancora vivente, eterno se si pensa che la prima formazione risale a metà degli anni ’60. I primi tre dischi hanno introdotto concetti – uno su tutti: la contaminazione tra generi – che fin dalla loro uscita hanno determinato confini che con il passare del tempo sono diventati metri di valutazione per le generazioni future. La pubblicazione di “Third”, in particolare, è un punto di non ritorno da svariati punti di vista.

Innanzitutto quello musicale. Rispetto ai primi due capitoli della saga della “Macchina”, “Third” è armonico perché ha quattro anime che si fondono senza interferire tra loro, questione un po’ irrisolta nei precedenti lavori. Poi la band, che attraversa un passaggio fondamentale della sua storia. Il disco è da considerarsi un’opera rock a tutti gli effetti ed ognuno dei membri apporta un contributo enorme in termini creativi: lo slancio di Robert Wyatt, che porta a Moon in June, è tuttavia alieno rispetto al contesto. E’ un elemento che impreziosisce ulteriormente il disco, certo, ma dietro quel piccolo capolavoro si nasconde un messaggio ben preciso.

È da un po’ che Wyatt non è in sintonia con il resto della band. Hopper e Ratledge sono fermamente intenzionati a rompere con la psichedelia e la sperimentazione, a beneficio di una strada che porta alla fusione tra jazz e rock. Dal canto suo, Robert non vuole né l’una né l’altra, la sua maturazione artistica negli ultimi anni lo ha portato a riflessioni profonde sul suo strumento – la batteria – in combinato disposto con l’altro grande amore – la tastiera sotto forma di organo o pianoforte – ma soprattutto sulla sperimentazione vocale. Le estremizzazioni messe a punto in Moon in June sono il primo miglio di un percorso che inizia nelle pause di registrazione di “Third”.

In qualche modo, Wyatt si sente solo. Ma mentre per i comuni mortali la solitudine è sinonimo di povertà, l’assenza di sinergie per il batterista di Bristol significa nascita di un nuovo pianeta, un corpo celeste che si stacca da quello primordiale: all’inizio è informe, ma possiede un nucleo dai connotati ben precisi. Il suo splendore, come per tutte le più grandi opere rock della storia, risiede nella capacità di coniugare l’universale e il personale e l’annuncio arriva già in copertina: un gioco di parole che accosta immensità e quotidianità, la fine di un’era è raccontata attraverso le terminazioni auricolari. È così che prende vita l’embrione di “The End of an Ear”.

Siamo sul pianeta di Wyatt e di nessun altro, qui non esistono regole se non scritte da lui. E la prima si intitola Las Vegas Tango Part 1 (Repeat), un rifacimento del pezzo di Gil Evans che rispetto all’originale mantiene la stessa struttura, ma viene rivoltato come un calzino grazie a una secchiata di sovraincisioni di voci alterate, scat e lamenti, il tutto mentre il pianoforte viene percosso in qualsiasi angolo. Il finale desolante ci sposta verso To Mark Everywhere, dal ritmo maggiormente incalzante e che introduce una sessione di fiati allucinati in grado di alzare alle stelle il livello di tensione.Una prima concessione alla melodia Robert la mette in atto con To Saintly Bridget, un boogie dominato da un duello giocato da tastiere e contrabbasso. A questo punto c’è attesa, così il fade-away che precede To Oz Alien Daevyd and Gilly conduce in un oscuro interludio, dove alla ricomparsa del contrabbasso fanno da contraltare trombe e clarini. Si alza il sipario: il maestro di cerimonie sta per andare in scena.

Nessuna concessione a zone lontane da quella di comfort, Robert ha intenzione di picchiare forte sulla batteria e decide di farlo per oltre 9 minuti: To Nick Everyone è un assolo straripante, arricchito dalle nervose intrusioni di tutti gli strumenti ascoltati fino a quel momento. E’ il punto centrale, quello più buio, la porta d’ingresso che dà accesso alla nuova dimensione inaugurata con l’inaspettata melodia di To Caravan and Brother Jim, liturgia psichedelica che fa tornare alla mente i primordi delle composizioni “Machiniane”.

Il passaggio obbligato nell’armadio dei ricordi porta alla distruzione totale di tutto ciò che era e che non può più essere: To the Old World (Thank You For The Use Of Your Body, Goodbye) è rumore allo stato puro, qualcosa che fino a quel momento soltanto il maestro Stockhausen avrebbe osato concepire. L’ultima dedica, To Carla, Marsha and Caroline (For Making Everything Beautifuller), è un altro duetto elettronico, che questa volta dialoga con la dolcezza del piano. Il viaggio è terminato, la strada trova il suo termine nel punto esatto in cui era partita: la linea del traguardo non può che essere il reciproco di Las Vegas Tango, Part 1.

Con “The End of an Ear”, il nuovo mondo a immagine e somiglianza di Robert Wyatt prende finalmente forma e sostanza. E’ autonomo, indipendente, ma al tempo stesso deve tanto agli artisti-amici che ne hanno reso possibile la nascita: da Gil Evans ai Caravan e a Jimmy Hastings, da Carla Bley a Daevid Allen, passando per Elton Dean, Mark Charig e Dave Sinclair, ospiti d’eccezione che lo accompagnano nella gestazione. Dai titoli delle tracce alle ispirazioni musicali, fino alle tecniche di registrazione e produzione, “The End of an Ear” è un omaggio, un rituale di transizione che rende l’arte di Wyatt definitivamente personale.

I quattro anni successivi rappresenteranno una fase storica fondamentale, per lui come per il rock in generale. L’anno dopo “The End of an Ear” uscirà “Fourth”, ultimo tassello del mosaico condiviso con i Soft Machine. Il 1972 donerà invece una presa di posizione e poi una definitiva connotazione politica al suo piccolo ecosistema: l’esperienza dei suoi Matching Mole – con al centro “Little Red Record” – sancisce la solidificazione di un pensiero politico che sfocerà anni dopo nella sua adesione al Partito Comunista Britannico. A giugno del 1973, infine, il celebre incidente che lo costringerà su una sedia a rotelle per il resto della vita.

E allora sul pianeta Wyatt faranno la loro comparsa anche gli oceani, spazi nuovi, ostici da affrontare ma non per questo meno affascinanti. Dagli abissi, in una calda mattina di luglio del 1974 verrà fuori “Rock Bottom”: l’alfa, l’omega e tutto ciò che vi scorre in mezzo. 

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