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Ristampe e Dintorni

Dreamies – Auralgraphic Entertainment: anatomia di un disco fuori dal tempo

Parlare di musica indipendente è un po’ come definire i confini dell’universo: esiste materiale da ascoltare praticamente infinito e la storia non è riuscita a tracciare con precisione una linea rispetto a ciò che comunemente viene definito mainstream. Gli elementi maggiormente caratterizzanti sono il ridotto budget per la produzione dei dischi e quella DIY-culture che serve agli artisti per esprimersi come meglio credono, sia dal punto di vista musicale che (non necessariamente) di testi. E’ così che, attraverso varie fasi storicamente rilevanti, sono venute fuori invettive anti sistema sotto forma di non-generi, nati da contaminazioni tra le forme più estreme di rock, jazz, elettronica e spoken words. Gli Stati Uniti, uno dei più importanti mercati musicali al mondo, attraverso i decenni hanno incubato centinaia di fenomeni paralleli rispetto al rock, alla disco, alla cultura hip hop e finanche al punk, nel momento stesso in cui i vari artisti dell’underground assurgevano a fenomeni di moda. 

Calandosi nelle botole dei tombini delle grandi città o addentrandosi in aree più selvagge dell’entroterra del nuovo continente, si può dire che quasi tutte le macro-regioni nordamericane hanno visto crescere fenomeni alternativi. Uno degli epicentri più noti – e pubblicizzati – è stata la New York di inizio anni ‘70, che attraverso il CBGB del Lower East Side di Manhattan ha favorito la crescita del movimento punk, fino a indicarne la via definitiva verso la new wave: in quei maleodoranti 50 e passa metri quadri i Ramones hanno lasciato idealmente il testimone ai Television, ai Talking Heads e a Patti Smith. A Los Angeles, l’estremo opposto, insieme a fenomeni molto particolari come Captain Beefheart e Frank Zappa, pulsava il cuore più duro di ciò che solo pochi anni prima era punk e che ora contava le sue macerie: dai sobborghi della città degli angeli esplodeva l’hardcore dei Black Flag e dei Germs. Detroit – una delle piazze più calde dal punto di vista sociale, vista l’enorme zona industriale e i malcontenti post-sessantottini della working class – al contempo sfornava anch’essa rock duro, ma dai contenuti ribelli e fortemente politicizzati grazie a Stooges e MC5. Persino l’Ohio, apparentemente marginale da questo punto di vista, assumeva rilievo quale patria dei Devo e dei Pere Ubu, due fenomeni impossibili da catalogare se non nel mare magnum dell’avanguardia.

Anche la città di Philadelphia – parallelamente alle meraviglie del soul spacca-classifiche – aveva le sue etichette indipendenti, che producevano principalmente artisti di matrice punk. Dal nulla, nel 1974, la misteriosa etichetta indipendente Stone Theatre Productions pubblica un altrettanto misterioso album: si tratta di “Auralgraphic Entertainment”, uscito a nome Dreamies e che ha rivisto la luce in una recente ristampa curata dalla Guerssen. Pochi fronzoli in copertina: in campo blu ci sono una testa umana stilizzata che al suo interno ha i nomi delle uniche due tracce, una per lato, Program Ten e Program Eleven, ventisei minuti e rotti ciascuna. Poi la produzione in “fluid stereo”, con tanto di istruzioni per l’ascolto sul retro di copertina e la promessa di una nuova forma di intrattenimento personale. La chiosa finale è che Dreamies e “Auralgraphic Entertainment” sono marchi registrati di proprietà di Stone Theatre Productions. Ma chi sono costoro? In realtà trattasi di un unico artista, che si chiama Bill Holt. 

Dipendente presso la sede di Philadelphia della multinazionale 3M (per intenderci, quella dello scotch e dei post-it), Bill non è un musicista, tanto meno un cantante. Ha la passione per le composizioni, si fida del suo amore nei confronti di strumenti che sa utilizzare poco. In definitiva, è un sognatore, per questo sceglie il nome d’arte Dreamies e decide di trasformare in un lavoro vero e proprio ciò che all’inizio è solo un hobby. Le registrazioni avvengono nello scantinato della sua casa di Claymont, nel Delaware. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, l’autore ha dichiarato di essersi ispirato al fervore musical-culturale che aveva pervaso gli Stati Uniti a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70: la fine del boom economico, la guerra fredda e la corsa al riarmo voluta dai vari governi avevano dettato un cambiamento nelle produzioni e, di conseguenza, dei gusti dell’epoca, che erano passati da innocenti quartine do-wop a lugubri composizioni psichedeliche. 

Il lavoro, che naturalmente si articola in modo lungo e laborioso, divide le due tracce rispettivamente in sei e sette parti, nominandole semplicemente con i numeri progressivi. Due strumenti per la musica: una chitarra acustica marca Ovation – scoperta ascoltando Glen Campbell – e un sintetizzatore Moog Sonic Six. Altrettanti per la registrazione: un TEAC 3440 quattro piste e un Revox due piste: a Bill non resta che dare sfogo a tutto ciò che ha in mente. Da amante della pittura e della musica sperimentale, cerca fin da subito di combinare Magritte e John Cage, Picasso con le composizioni più estreme dei Beatles. Il punto di partenza è Strawberry Fields Forever, fino a giungere a Revolution #9, fonte di ispirazione definitiva che porta al concepimento di Program Ten e Program Eleven

Entrambe le composizioni sono un’esplosione improvvisa, che deflagra in mezzo a un’apparente quiete. Bill sembra tranquillo nella sua vita incanalata tra l’educazione cattolica, una fidanzata poi diventata moglie, una casa, una macchina e un lavoro. Tutto scorre scandito dagli accordi sincopati della sua Ovation, fino agli eventi che cambieranno per sempre la sua vita: gli omicidi di Kennedy e Martin Luther King, la chiamata alle armi per il Vietnam, la notizia di un amico che perde la vita in una giungla a 10 mila miglia dalla loro graziosa città, il telegiornale che interrompe le trasmissioni per annunciare che l’Unione Sovietica ha intenzione di armare Cuba con bombe all’idrogeno. Esplosioni, appunto, che avvengono mentre lui si affanna a vendere cancelleria per conto della sua azienda. Le voci dei protagonisti dell’epoca – ad esempio il gran jury che si pronuncia su Jack Ruby, l’assassino di Lee Oswald – sono combinate con rumori di sottofondo che volutamente creano caos e dispersione. 

In “Auralgraphic Entertainment” si presentano tutti gli elementi che definiscono un disco nella moderna accezione di indipendente. Ci sono urgenza espositiva, registrazione casalinga, produzione volutamente autonoma, distribuzione curata attraverso inserzioni sui giornali locali e successiva spedizione postale, una copertina elaborata per gentile omaggio della società che cura i volantini pubblicitari per conto di 3M. Più di tutto, c’è la ferma consapevolezza da parte di Bill di venire a capo del suo nuovo business facendo leva soltanto sulle sue doti relazionali, sviluppate da dipendente di una multinazionale. Insomma, dal punto di vista commerciale ci sono tutti gli ingredienti per entrare nella storia o fallire miseramente. La storia, paradossalmente, traccerà entrambi i percorsi. Per anni Bill vivrà con poco: non fu una buona idea lasciare il lavoro per darsi alla musica perché le scarse vendite non gli consentirono di costruirsi un futuro.

Poco a poco però, tantissimi artisti ne hanno riscoperto i preistorici lampi di genialità, dal momento che troviamo tracce di “Auralgraphic Entertainment” in diverse opere di Brian Eno e Kraftwerk, prodotte diversi anni dopo. Ecco quindi spianata la strada che porta dritti verso il cult, quella tipologia di opera che a distanza di un’era geologica merita di essere riscoperta e fruita da tutti. Esattamente ciò che nel 2025 ha fatto la catalana Guerrsen: e allora il cerchio si chiude, perché parliamo di un’etichetta indipendente, nata a metà degli anni ’90 – nel bel mezzo, quindi, dell’ennesima rivoluzione alternativa – che sfrutta un network distributivo completamente slegato dai canali ufficiali e che tra le opzioni per l’acquisto ha la spedizione postale.

Infine, fa piacere sapere che (finalmente) Bill sta iniziando a raccogliere i guadagni del suo lavoro compiuto più di 50 anni fa, ironia della sorte attraverso le royalties delle piattaforme di streaming musicale.

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