
Il cinquantesimo anniversario di “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, disco che ha visto la luce nel settembre del 1975, non è da vedere come un semplice evento, una strategia di marketing fine a sé stessa; è piuttosto la celebrazione di uno degli album concettuali più toccanti e complessi dell’universo musicale. L’uscita di un deluxe box per un traguardo così significativo è l’occasione, per i fan, di immergersi nuovamente nelle profondità del capolavoro, di ripristinare tutta la bellezza che riveste questo progetto discografico ancora così attuale, nonostante l’avanzata età. Un disco interamente dedicato al tema dell’assenza, alla critica all’industria musicale e, soprattutto, alla parvenza persistente del co-fondatore Syd Barrett che continua a fare ombra nonostante l’abbandono della band, avvenuto nel 1968, da parte dello stesso.
“Wish You Were Here” nacque in un momento di particolare intimismo per i componenti della band londinese, reduci dal successo planetario di “The Dark Side of the Moon“. Roger Waters, invece di cedere alle richieste di replicare quel sound psichedelico ed anestetico, propose di virare la band verso testi ed atmosfere improntati sulla disconnessione e l’alienazione, al fine di dar vita ad un’opera che avrebbe potuto offrire maggiore valenza al nome dei Pink Floyd. Ed effettivamente Waters e soci ci videro lungo, eccome se lo fecero: il deluxe box che ne celebra il cinquantesimo anno di vita ne è la dimostrazione pratica.

“Wish You Were Here” è come un organismo, ognuno dei (pochi ma densi) brani contribuisce a dare vita ed essenzialità al disco. Il cuore pulsante è decisamente racchiuso in Shine On You Crazy Diamond, brano magistralmente suddiviso in nove parti (a loro volta divise tra le prime cinque dell’ouverture e le restanti tre del closing track) che funge da particolarissima cornice per il resto dell’album. È un omaggio malinconico e potente al già menzionato Barrett, la cui genialità e successivo crollo psicologico hanno perseguitato la band per molti anni a venire. Il sound è a dir poco maestoso, è orchestrale e potente, eppure incredibilmente fragile: l’introduzione di Gilmour, quel lamento chitarristico in quattro note, è una delle aperture più (motivatamente) iconiche della storia. Contrariamente all’opulenza emotiva di Shine On (titolo che il brano aveva fino all’anno prima della pubblicazione, il 1974, modificato prima dell’inserimento nel disco), figurano tracce che smascherano la cinica realtà del mondo musicale, come Welcome to the Machine e Have a Cigar che lo fanno indubbiamente. Questi brani, carichi di sintetizzatori glaciali e toni beffardi (soprattutto con la voce esterna del cantautore inglese Roy Harper in Have a Cigar), esprimono un disgusto palpabile per l’avidità e l’ipocrisia dell’industria discografica, vista come una macchina che mercifica l’arte.
La semplicità agrodolce della title track, Wish You Were Here, fornisce l’ancora emotiva grazie al suo attacco acustico ed al suo testo, divenuto universale, che molto preme sul desiderio di presenza e sulla problematicità della distanza; quest’ultimo è forse il brano più accessibile e amato dell’album, favorito dal suo tono intimo, il quale suggerisce perfettamente il concetto generale di assenza, non solo riferendosi a Barrett ma anche alla perdita di sé stessi nell’ombra del successo.
Dal punto di vista sonoro, “Wish You Were Here” è considerato da molti storici sostenitori di Gilmour e compagnia (e dalla band stessa) l’apice tecnico della carriera dei Floyd. Il lavoro di ingegneria acustica, avvenuto negli storici Abbey Road Studios, è fattivamente impeccabile ed è certo che la rimasterizzazione di questa edizione deluxe esalta ulteriormente la spazialità del suono: la chiarezza del basso definito di Waters, gli scratch del vinile nella title track, la ricchezza dei sintetizzatori di Wright, la limpidità del timbro di Gilmour ed ogni preziosismo degno di nota. Le alte aspettative sulla ristampa per il cinquantesimo di “Wish You Were Here“, basate sulla possibilità di rituffarsi nella bellezza recondita del progetto, sono inoltre avallate dal contenuto inedito previsto che ripercorre ogni fase della realizzazione del disco grazie ad outtakes, demo e versioni alternative delle tracce centrali.
Si può quindi dire che il box set riesce ad unire una rimasterizzazione superba alla ricchezza di materiale d’archivio unico e raro. Si è, difatti, detto in apertura: “Wish You Were Here (50th anniversary)” non è una semplice ristampa, è piuttosto un’esperienza immersiva che onora sia il genio compositivo dei Pink Floyd sia il fantasma di Syd Barrett, l’assente più presente della storia del rock; rimane un’opera d’arte senza tempo e il suo cinquantesimo anniversario è un promemoria essenziale della sua dolorosa (ma necessaria) e inarrivabile bellezza.
