
Cinquantacinque anni non hanno minimamente scalfito la potenza di “Pearl”, l’album che ha consacrato Janis Joplin all’immortalità proprio nel momento della sua tragica uscita di scena (avvenuta poco prima della pubblicazione dello stesso, il 4 ottobre del 1970, per un presunto abuso di eroina). Celebrare l’anniversario di questo disco significa immergersi in quello che è, a tutti gli effetti, il testamento artistico di una donna che ha riscritto le regole del rock e del blues.
Pubblicato nel gennaio del 1971, “Pearl” (il soprannome con cui gli amici usavano definire la Joplin) non è solo un album postumo, è bensì il suo lavoro più maturo e rifinito. Se nei dischi precedenti, quelli con la Big Brother and the Holding Company, la voce di Janis sembrava quasi lottare contro una strumentazione psichedelica e talvolta caotica, qui trova finalmente la sua casa ideale con la Full Tilt Boogie Band. La produzione di Paul Rothchild (già braccio destro dei The Doors) riuscì ad incanalare l’energia vulcanica dell’artista statunitense in una struttura soul e country-rock più definita, permettendo alla sua estensione vocale di splendere in tutta la sua dinamica vulnerabilità.

L’album è una montagna russa emotiva che alterna ruggiti di rabbia a sussurri spezzati, ognuno dei brani dà un’esasperata sensazione di adrenalina che solo artisti come Janis Joplin sanno offrire. Move Over è l’apertura graffiante che mette in chiaro da subito le elevatissime doti canore della cantante e le “cattive intenzioni” della band poc’anzi menzionata che supporta totalmente l’artista con suoni a dir poco mozzafiato; Me and Bobby McGee è un altro brano simbolo, è una ballata folk scritta da Kris Kristofferson che Janis trasforma in un inno alla libertà e alla solitudine. La sua ascesa verso il finale gospel rimane uno dei momenti più alti della storia del rock. In Cry Baby la Joplin si riappropria del blues nero, quello autentico, con un’interpretazione viscerale al punto da risultare quasi insostenibile per la sua intensità, mentre in Mercedes Benz, brano di neanche due minuti registrato a cappella in un unico take, ci si riappropria di una Janis autentica, lucida nel criticare una società in modo ironico e senza veli. È uno di quegli esempi in cui l’artista si sedimenta moltissimo nell’immaginario collettivo per la sua capacità di ridere di sè in quanto parte contribuente di un contesto sociale compromesso e meschino, diventando, per questo, portavoce di una generazione affranta ed indisposta. Un cenno d’obbligo, infine, va a Buried Alive in the Blues, non tanto perché risulti caratterizzante nella tracklist del disco, quanto per la scelta di lasciarlo strumentale poiché Janis avrebbe dovuto registrarne la voce esattamente il giorno dopo la sua morte. Dopo una presa di consapevolezza come questa, il silenzio in questa traccia pesa più di mille offese insostenibili.
A più di cinquant’anni di distanza, “Pearl” non suona come una sorta di reperto archeologico o un manifesto dei benvoluti anni settanta. È tutt’altro, è un album terribilmente moderno nella sua onestà. Janis Joplin ha abbattuto le barriere per le future generazioni artistiche, ha dimostrato che, anche in tempi in cui le donne non avevano le possibilità di ricoprire i ruoli sociali che hanno meritatamente ottenuto nel tempo, un’artista aveva l’abilità di mettersi a nudo attraverso la musica. Il tutto dando prova della propria fragilità, della propria potenza artistica e comunicativa, brutale e dolcissima contemporaneamente, senza dover scendere necessariamente a compromessi con l’immagine di popstar levigata.
“Pearl” è l’indiscussa eredità che la Joplin, probabilmente senza neanche saperlo, lascia a tutta la musica delle generazioni postume. L’anniversario di questo disco non è solo la commemorazione di un talento perduto troppo presto, ma la celebrazione di una forza della natura che ha saputo trasformare il proprio dolore in arte pura e di un’anima che ha bruciato con un’intensità tale da illuminare la musica per i decenni a venire.
