
In occasione dell’uscita di “Dementia”, ottavo album dei Sick Tamburo (qui la nostra recensione), abbiamo avuto l’onore e il piacere di scambiare qualche riflessione con Gian Maria Accusani. Le sue parole calme (e mai scontate!) spalancano le porte del suo immaginario sonoro, artistico e visionario, ricco di contrasti e filastrocche abitate da personaggi in bilico tra pensieri irrequieti e stanze interiori lasciate socchiuse.
Ciao, Gian Maria! Innanzitutto, ti ringrazio, a nome di tutta la redazione di Impatto Sonoro, per aver dedicato un po’ del tuo tempo a questa intervista. Partiamo subito con una riflessione: i Sick Tamburo hanno esordito come band negli anni in cui, in Italia, stava proliferando una nuova scena musicale indipendente, quella che poi venne chiamata “indie italiano”. Quanto eravate consapevoli del fatto che stavate riscrivendo – in prima persona! – il modo di fare musica e che questa avrebbe influenzato anche generazioni successive di musicisti?
Allora, i Sick Tamburo sono usciti nel 2009, col primo disco omonimo, appunto. Sicuramente siamo nati in un momento in cui iniziava a prendere forma questa scena di musica indipendente. Ma, a differenza della maggior parte de degli artisti che rientravano, diciamo, in questa denominazione, noi, oltre a fare musica indipendente – nel senso di produzione indipendente – abbiamo fatto e continuiamo a fare musica alternativa, molto diversa, quindi, dalla scena indipendente che poi c’è stata ed è diventata la nuova scena musicale italiana, no? Non lo dico in senso negativo, ma proprio in senso analitico. Inoltre, quel tipo di scena indipendente è riuscita a prendersi, nel mainstream, degli spazi molto importanti, mentre altri hanno fatto molta più fatica. Quindi, direi che c’è una doppia differenza. Da un lato siamo tutti accomunati dalle produzioni indipendenti, dall’altro alcuni facevano musica che aveva poco spazio nel mainstream. C’è da dire, inoltre, che … mi sembra che, piano piano, le major, le case discografiche più grosse abbiano, in qualche modo, cercato di accomunare, prendersi un po’ tutte queste realtà indipendenti e che, se non per la maggior parte, ma in parte ci sono riuscite.
Per chi non ha vissuto direttamente quella scena o non vi ha visto nascere, chi sono i Sick Tamburo?
Come scriviamo sempre nei nostri dischi o nelle nostre rassegne stampa, io dico che i Sick Tamburo sono i Sick Tamburo! – sorride – Questo perché credo siano un elemento veramente molto particolare sia all’interno della musica italiana sia all’interno del mondo della musica alternativa. In qualche modo noi siamo usciti per la prima volta nel 2009, con una sorta di imprinting legato al mondo del post punk, a cui si è mescolato, poi, il rock alternativo. Da quel momento in poi, di anno in anno e di disco in disco, abbiamo continuato per quel percorso… facendo strada, prendendo strade nuove e prendendo tutto quello che ci veniva addosso! Abbiamo sempre mantenuto quella sorta di incipit e, nonostante mescolassimo, disco dopo disco, quello che iniziavamo a conoscere e che maggiormente ci colpiva, abbiamo preservato un’identità sempre ben precisa… tanto che, credo a chiunque basterebbe sentire quattro note di una qualsiasi canzone dei Sick Tamburo per riconoscerli! Ovviamente, conoscendo i Sick Tamburo… – ride.
Inizialmente avete iniziato ad indossare i passamontagna per evitare di essere riconosciuti e ricondotti in qualche modo ai Prozac+. Oggi che siete stati “riconosciuti”, come mai la decisione di usarli ancora? Cosa rappresentano per voi?
Allora, avevamo iniziato ad usare i passamontagna proprio perché non volevamo sfruttare, tra virgolette, il nostro passato… perché non solo non ci sembrava bello, ma era, per noi, addirittura un ostacolo dal punto di vista sia creativo sia di onestà intellettuale, no? Quindi, in qualche modo, siamo partiti mascherati per quello… poi, ovviamente, la gente ha iniziato a capire chi eravamo – la voce appare commossa – e abbiamo mantenuto questa sorta di mascheramento semplicemente per una questione di estetica… a noi è sempre piaciuta molto! Ecco, ormai la ragione è questa.
Veniamo al vostro nuovo lavoro, “Dementia”. Il titolo mi sembra una vera e propria presa di posizione, quasi provocatoria. Quale messaggio racchiude?
“Dementia” è un vero e proprio viaggio all’interno della “non mente”, secondo la traduzione dal latino proprio della parola dementia. Il disco ruota attorno al mondo della malattia mentale, la demenza, appunto, e infatti buona parte delle canzoni compiono questo viaggio all’interno di una malattia che fa tanto paura e che, purtroppo, in molti devono affrontare in qualche modo, in prima persona o comunque vicini a qualcuno che ne è affetto. Partendo dalla malattia mentale, è venuto spontaneo associarla alla follia del comportamento dell’uomo in questi anni…è spontaneo reputarlo proprio demente, no? Quindi sia la “non – mente” come privazione della mente, la malattia mentale, sia come folle comportamento dell’uomo…che in qualche modo è sempre demenza.

Incidere questo disco è stato più catartico o doloroso? Da dove è nata la miccia che ha ispirato la scrittura?
Registrare questo disco…anzi, registrare qualsiasi cosa è sempre catartico, almeno per quanto mi riguarda. In qualche modo esterni qualcosa che ti stai tenendo dentro… in qualche modo ufficializzi delle cose e, in maniera contestuale, le alleggerisci. Scrivere e poi suonare, mettere in pratica è sempre, secondo me una situazione cartartica…fortunatamente!
Le storie, i testi e i suoni del disco sembrano perennemente in bilico tra fiaba e realtà. Questo aspetto secondo me è ben presente nel brano Silvia corre sola. Com’è nata questa fiaba triste?
“Silvia corre sola” è la descrizione di un personaggio reale, che viene raccontato in maniera piuttosto precisa… È vero dentro c’è una sorta di linea malinconica… alla fine, è tra le cose che mi ha sempre attratto di più in assoluto, nella musica, nelle persone, nelle situazioni, eccetera eccetera… All’interno della stessa canzone, però, ci sono anche momenti che sono una sorta di via di fuga, che si allontanano dalla malinconia… diciamo che è così perché è legata ad un personaggio reale.
Se si potesse chiudere uno solo dei brani del disco in una capsula del tempo e riaprirla poi tra cinquant’anni, quale sarebbe?
Diciamo che… se in qualche modo tra cinquant’anni dovessi tirare fuori un brano del disco che riesce a rappresentarlo maggiormente, probabilmente sarebbe proprio l’ultimo, “Dementia”. Anche se non è una vera e propria canzone, ma, appunto, un brano che dure sei minuti e passa… è il mio tentativo di mettere in musica questo viaggio che ho dovuto affrontare nel mondo della malattia mentale, la demenza, con tutte le varie fasi… dalla tranquillità alla paura, dalla confusione totale alla gioia, per poi arrivare di nuovo alla paura, fino a silenzio. Credo che questo brano sia proprio il racconto del disco. Non essendo una canzone vera e propria, però, ti aggiungo anche “Ho Perso i Sogni”, la quale in qualche modo è l’altra parte della questione dementia, la follia dell’uomo. Tra l’altro è una canzone a cui sono veramente molto molto legato.
La copertina del disco è opera di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Com’è nata l’idea di un suo disegno?
La copertina è stata disegnata da Davide Toffolo innanzitutto perché siamo amici da sempre… siamo fratelli da sempre! Io, poi, sono un suo grande estimatore. Credo sia uno dei disegnatori e fumettisti più bravi in circolazione! Già in passato aveva fatto un disegno per una mia copertina… quella del terzo disco “Senza Vergogna” … e, niente. Semplicemente, un giorno l’ho chiamato e gli ho detto: “Davide, hai voglia di disegnare la nuova copertina?”. Lui mi ha risposto: “sì, perché no?”. E l’abbiamo fatto.
Con l’uscita di “Dementia” è stato annunciato anche un tour in partenza nelle prossime settimane. Dobbiamo aspettarci qualche sorpresa in particolare per questi incontri?
Allora, tra un po’, il 24 gennaio, parte il nostro tour, il “Dementia Tour” appunto. Ci sono una ventina di date, quindi è piuttosto lungo per essere il tour promozionale di un disco. Ovviamente, non vediamo l’ora perché i Sick Tamburo sono fermi dai live dalla fine dell’estate del 2023, quindi un anno e mezzo. Cosa c’è da aspettarsi? Beh, ovviamente proporremo un bel po’ delle canzoni del nuovo disco – inevitabilmente! – ma in realtà verranno mescolate a brani presi da tutti gli altri dischi. Diciamo che nessun disco è stato lasciato fuori! Ci saranno canzoni che arriveranno da ognuno dei nostri dischi, dal primo all’ultimo. In qualche data ci sarà anche qualche ospite particolare e… dai! Noi non vediamo l’ora di riprendere a suonare dal vivo e di vedere la gente che si diverte, assieme a noi, sotto il palco.
Anche noi siamo impazienti di rivedere i Sick Tamburo e cantare a squarciagola sotto il palco. Un grosso in bocca al lupo per tutto! Alla prossima.