
“Voglio scrivere cose che sarai in grado di ascoltare tra 10 anni” – diceva Mark Hollis nel 1982, anno in cui i suoi Talk Talk apparivano sulla scena con il loro album di esordio, “The Party’s Over”. La buona notizia è che il traguardo dei 10 anni è stato ormai incenerito e siamo arrivati ai 40 anni e siamo ancora “in grado” di ascoltare la musica della band inglese. La cattiva notizia è che Hollis dal 2019 non è più tra noi per compiacersi del risultato.
Dopo l’album di debutto, il secondo, “It’s My Life”, portò la band al successo, soprattutto oltre manica. Nell’europa continentale, in Germania, Olanda, Italia, Svizzera, l’album sarebbe entrato nella Top Ten, premiando così gli sforzi della EMI che cercava con loro di bissare il successo dei Duran Duran. Paradossalmente però, più Hollis e compagni si allontanavano dal synth pop dominante dell’epoca che aveva fatto grandi i Duran, più dischi vendevano. “The Colour of Spring”, il terzo album, uscito nel 1986 dopo un intenso lavoro di studio, sarebbe stato la dimostrazione finale di questo assunto.
“All’inizio, passavamo 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana in studio”, ha detto Hollis nel febbraio 1986, “poi verso la fine ci siamo dati i fine settimana liberi. Cercare di rimanere freschi è la cosa più difficile in un progetto così lungo.” La direzione musicale del progetto era nella mani di Hollis e Tim Friese-Green. Quest’ultimo, seppur non sarebbe mai diventato un membro ufficiale della band, era stato incorporato fin da “It’s My Life” per sostituire il tastierista Simon Brenner. L’intesa con Hollis divenne subito fortissima così che Friese Green diventerà non solo il tastierista, ma il coautore e il produttore di tutti i successivi album della band.
L’ambizione che guidava la coppia creativa era alta e si capisce dal livello dei collaboratori che portarono a bordo. Tra di loro, due padri del british blues: Steve Winwood (Spencer Davis Group, Traffic) all’organo e Mark Feltham (Nine Below Zero) all’armonica. E poi Danny Thompson (Pentangle, John Martyn) al basso acustico, Robbie McIntosh (Pretenders, Paul Mc Cartney) e David Rhodes (Peter Gabriel) alla chitarra, Morris Pert (Brand X) alle percussioni.
Ha detto Mark Hollis: “Per me, il feeling è la cosa più importante, non la tecnica. Prendi tutta quella roba soul e gospel; ha un feeling incredibile, ma non ha necessariamente una buona musicalità.” In queste poche parole si può riassumere il risultato di “The Colour of Spring”. La prima cosa che i fan potettero notare all’ascolto è che erano scomparsi i sintetizzatori ed eravamo in piena epoca “synth-pop”. “Per quanto concerne i primi due album e le esibizioni live, i sintetizzatori erano semplicemente una necessità commerciale”, ha detto Hollis quando uscì l’album nel 1986. “Oltre a questo, odio assolutamente i sintetizzatori… se non esistessero, ne sarei felice”. Friese-Green fu ancora più netto: “Per me, l’idea di suonare il MIDI di un pianoforte è semplicemente da malati. MIDI è una parola di quattro lettere, non riesco a prenderla sul serio. Non c’è davvero nulla di ripetibile che io possa dire al riguardo.”

Mark Hollis, per sua stessa ammissione, non aveva una formazione musicale, Non ci fosse stato il punk e la sua etica DOY, non avrebbe mai preso il coraggio di lanciarsi come musicista. “Fino al punk, non c’era modo che avrei potuto immaginare di poter ottenere un contratto discografico perché non pensavo di saper suonare, ma il punk ha detto: ‘Se pensi di saper suonare, sai suonare’”. Queste le premesse di “The Colour of Spring”. Un album che ruppe tutti gli schemi “new romantic” che guidavano il mercato all’epoca. Un album che abolì i sintetizzatori e che diede un palcoscenico ai vecchi leoni del British soul, partecipando in modo laterale alla riesplosione del R&B britannico che nella seconda metà degli ’80 avrebbe visto protagonista band come i Simply Red.
Ma insieme a questo amore per il “feeling” del blues, l’album introduce anche il senso dello spazio. “In un certo modo, mi piace il silenzio più del suono”, diceva Hollis. Fin dall’attacco della prima traccia, Happiness is Easy ciò che più cattura l’ascoltatore sono le impercettibili pause tra un beat e l’altro nel drumming di Lee Harris, accompagnato da due percussionisti in un Groove alla Peter Gabriel. Tutta la canzone è costruita sullo spazio tra gli strumenti, malgrado il coro infantile che ne riempie il ritornello, apparente contraddizione che va a formare una scena sonora ipnotizzante. I Don’ Believe in You” si regge su una linea di basso blues retta da Paul Webb, che non compariva nella precedente traccia e che da qui in poi imprimerà un marchio decisivo sul disco, insieme all’organo, suonato da Winwood in queste due prime tracce, bucolico e appassionato allo stesso tempo com’è alla sua maniera. Life’s What You Make It è il singolo scritto all’ultimo momento per lanciare l’album. “Avevamo sempre voluto scrivere una canzone basata su un riff di pianoforte molto semplice, con sotto un Groove stretto di batteria”. Questo schema va avanti per tutti i 4’29”, ma ciò che dà spessore alla traccia è il Mellotron, strumento ormai vintage in quegli anni ’80, dopo che aveva dominato tanto prog inglese del decennio precedente.
L’atmosfera dunque è una delle chiavi vincenti del disco e ciò appare ancor più chiaro con April 5th, ballata minimale e ambient. Quel che si potrà ascoltare anche in Chameleon Day sul lato B. Le due tracce probabilmente lasciarono interdetti i fan dell’epoca, mentre recepivano influenze di compositori classici come Satie, Debussy e Bartok, come dichiarato dallo stesso Hollis. L’ambient sarebbe diventato la cifra dei due successivi avanguardistici album dei Talk Talk.
Il lato B, comincia alla grande con Living in Another World, uno dei due singoli trainanti dell’album, dominato dall’organo di Winwood. Una galoppata di sette minuti, caratterizzata da continue discese e risalite di tensione. L’ingresso del basso di Paul Webb a 0:44 imprime una spinta forte. Sul ritornello, una ulteriore spinta viene data dai cori che moltiplicano la voce di Hollis. Poi, l’armonica di Feltham che fa la sua prima apparizione a 1:30. Ma il meglio deve ancora arrivare: dopo i 3:00, abbiamo un esaltante break percussivo seguito da un assolo di Feltham da manuale blues e da pelle d’oca. In totale quasi un minuto di rhythm and blues chiuso da un breve assolo di Rhodes, che finisce rilanciando la canzone nella stratosfera, per poi svanire nel suono dell’armonica. La traccia successiva Give It Up è la più bluesy di tutte. Winwood non vi appare ma Hollis e Friese-Green fanno a gara nel cercare di replicarne l’inconfondibile feeling, rispettivamente all’organo e alla voce. Paul Webb suona il basso nel miglior stile Motown: melodico e pieno di ritmo, prendendosi continue pause per lasciare spazio a strumenti come il dobro (suonato da McIntosh), il mellotron (suonato da Hollis) e le percussioni. Soul con una cifra ambient, con un ultimo minuto grandioso, dove la canzone va svanendo sotto la martellante batteria di Lee Harris.
Dopo la succitata Chameleon Day il disco si chiude con Time It’s Time che è un pò la summa di tutto ciò che abbiamo ascoltato finora. Basso pungente e melodico, organo pervasivo, cori caldi. Hollis si esibisce in un calmo assolo alla Melodica e Harris con i percussionisti creano un ritmo avvolgente. La canzone è un crescendo tranquillo, che porta a un finale drammatico, dimostrando come nel 1986 si poteva fare grande musica, piena di spessi e multipli strati sonori, senza ricorrere ai sintetizzatori.
Insomma, negli anni che una certa propaganda culturale vorrebbe dipingere come quelli dell’edonismo e della superficialità, si afferma un capolavoro come “The Colour of Spring” frutto di duro e lungo lavoro di scrittura e di studio. Composto senza ricorrere a scorciatoie ma piuttosto a strumenti e strumentisti caldi e avvolgenti. Dove non è la tecnica a farla da padrona, ma l’amore per la musica: passione, declinata in maniera intensa, ma tranquilla.
Dopo “The Colour of Spring”, Hollis e compagni si sarebbero dedicati a fondare il post-rock. A posteriori, uno sviluppo logico, dopo queste premesse. In questo terzo album già avevano cominciato a destrutturare il rock, il synth-pop, il soul. La band smise d’identificarsi come un fenomeno pop, alla Duran Duran, per rientrare a pieno titolo nel novero dei grandi innovatori della loro epoca, al pari di Pater Gabriel e dei Talking Heads. Da quest’album in poi, i Talk Talk sarebbero diventati un punto di riferimento, per i successivi quarant’anni, per tanti musicisti innovativi e curiosi dopo di loro.
