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“Questa non è una discoteca. La storia del CBGB”: la prima (e ultima) rock-revolution

Il libro che stringete tra le mani è uscito nel 1988, quando il CBGB era ancora in piena attività. Avrebbe chiuso nel 2006, dopo una lenta agonia e un finale in sordina nonostante i tentativi di rianimarlo. Nel1988 però si guardava indietro. Perché nel 1988 il CBGB era già storia

Luca Frazzi

Ci sono due tipi di narrazione sul CBGB di New York, il leggendario locale gestito da Hilly Kristal. La prima è epica, quasi fantascientifica, e si basa quasi esclusivamente sulla bruttezza del posto, quasi a voler evidenziare quanto fosse improbabile la nascita di un movimento cultural-musicale di portata planetaria tra quelle quattro mura. Poi c’è una versione reale del racconto, narrato da chi quel posto lo ha vissuto, attraversato, respirato, rendendosi conto con i suoi occhi di quel fenomeno rivoluzionario – assolutamente naturale e spiegabile – che pian piano prese il nome di punk.

Roman Kozak racconta il CBGB con lo stile di un paroliere punk, in modo diretto, sincero, senza lasciarsi andare a eufemismi e linguaggio pomposo. Pochi come lui sono titolati a descrivere l’epopea di quel locale, perché ne ha vissuto la lenta e inesorabile transizione da piccolo bar in balìa di scelte infelici a epicentro mondiale di un fenomeno in grado di determinare gli standard musicali ancora oggi, a distanza di oltre cinquant’anni. Bastano pochi passaggi affinché “Questa non è una discoteca” venga alla luce, pochi ma enormi. Kozak si trova da poco a New York, assunto da Billboard in una città al centro di un enorme fermento culturale. Nel giro di qualche settimana viene a conoscenza del crollo del Mercer Arts Center – un bar con sale da ballo a ridosso di Broadway, dove il popolo del rock e quello del teatro si mischiavano, parlando di arte per da dar vita a nuove forme espressive – e dell’esistenza di un nuovo locale al 315 di Bowery Street.  

Gli idoli di Kozak sono Velvet Underground, Stooges, MC5, Iggy Pop, nulla a che vedere con la roba che di solito va in scena al CBGB: un miscuglio di ragazzi di strada, arrivati lì quasi per caso in metropolitana e gli strumenti in spalla, abbigliamento tutt’altro che curato formato da giacche di pelle, t-shirts e pantaloni strappati, scarpe vistose e conciate decisamente male. Roman a tutto questo fa caso il giusto, perché ciò che veramente lo colpisce è il sentimento che trasmettono quei tizi sul palco, come ad esempio i Miamis – la prima esibizione in assoluto a cui assiste – che in un pezzo invocano un esercito più forte per vincere le guerre. 

Pian piano scopre che quel posto è la riedizione di un bar che Hilly gestiva al West Village. A Bowery aveva intenzione di cambiare genere, ma commise l’iniziale errore di aprire un locale mattutino – in una zona non proprio rurale – dove servire colazioni a base di musica blues e country. Bowery all’epoca era una periferia complicata, senza l’identità delle vicine Little Italy e Chinatown e senza i soldi dell’Upper East Side: una zona di confine, dove la criminalità proliferava nel totale disinteresse delle istituzioni. Eppure il CBGB non ha mai avuto bisogno di buttafuori, persino gli Hell’s Angels ci passavano poche volte e non certo per ristabilire l’ordine. Nel corso della prima parabola discendente del suo locale, Hilly si imbatte nei Television, che pur di raccattare qualche serata fingono di essere musicisti blues: saranno headliner per diverse settimane, offrendo così lo spunto a decine di altre band di seguire le loro orme.

Photo: Jack Vartoogian

Una tragedia sfiorata, una bugia e desiderio di cambiamento, sono questi gli ingredienti dai quali viene fuori la musica del CBGB, raccontata fino ai tempi del suo massimo splendore di fine anni ’80. Poco alla volta, Hilly e sua moglie strutturano un’attività che comprende ristorante e bar, una sala che serve sia per i concerti che per le audizioni, un piccolo negozio di dischi annesso e un impianto di registrazione, dove nel corso del tempo verranno raccolte le performance più significative allo scopo di distribuirle in giro, grazie a canali del tutto indipendenti.   

Performance che si trasformano in tempi brevissimi. Dopo la presa di coscienza che il blues e il country avrebbero sì proliferato, ma non da quelle parti, Hilly e i suoi realizzano che la musica da promuovere è il rock. Così a Tom Verlaine si accompagna Patti Smith, la sua fidanzata dell’epoca, ai quali seguono Ramones, Blondie, Talking Heads, Heartbreakers, Dead Boys, Bad Brains, un fiume in piena che giunge fino ai giorni nostri grazie a gente come Butthole Surfers, Sonic Youth e Dinosaur Jr: un’incredibile mescolanza di artisti e band che in molti casi si sono formate discutendo sul marciapiede del CBGB. E’ in quei pochi metri – racconta Kozak – che ha avuto luogo l’ultima vera rivoluzione musicale.

“Questa non è una discoteca” è quindi un racconto diretto, suffragato da innumerevoli aneddoti, testimonianze, foto d’epoca e locandine originali, della genesi del punk e suoi derivati. Punk newyorkese, della prima ora, quindi precedente rispetto alle scoperte di Malcolm McLaren. Dalle parti di Bowery, ben presto si raduna una nuova scena underground newyorkese, nata dalla fusione tra i giovani ancora influenzati dalla cultura hippie anni ’60 e la nuova generazione di post-adolescenti cresciuti in strada, i cui portavoce sono fin da subito i New York Dolls. Il tutto è accuratamente organizzato da Hilly, che ogni settimana incastra i vari pezzi di una scaletta che va dai provini del lunedì fino ai main-event del fine settimana. Progressivamente, nessuno può più restare indifferente a ciò che accade a partire dal marciapiede antistante il CBGB: lì c’è la limousine di Patti che accompagna a casa chi ne ha bisogno, c’è Jonathan – il cane di Hilly – che lascia regalini ovunque, c’è l’andirivieni degli appassionati. E poi c’è Billboard, rappresentato da Kozak, che sempre più spesso incrocia gli sguardi degli scouts mandati dalle majors. 

La discografia che viene fuori dal CBGB – considerando solo quel decennio e gli artisti che nello stesso periodo non hanno suonato altrove – è da far tremare i polsi e merita decisamente un capitolo a sé. E’ una lista essenziale, volutamente selettiva, che va da “Parallel Lines” di Blondie all’omonimo dei New York Dolls, da “Horses” di Patti Smith a “The Modern Dance” dei Pere Ubu, passando per “Rocket To Russia” dei Ramones, “Regatta de Blanc” dei Police, Q. Are We Not Men? A. We Are Devo! per finire, ovviamente, con Marquee Moon dei Television. I Talking Heads, padroni di casa forse al pari di Hilly, sono presenti da “77” a “The Name of this Band”. Punk primordiale, new wave, dance-punk, art-rock e persino reggae: mettere questi dischi in un unico scatolone significa celebrare in modo definitivo varietà e influenza musicale degli artisti nati e cresciuti nel CBGB.

L’edizione del libro datata 2025 ci regala poi una chicca nostrana. Luca Frazzi dialoga con Antonio Cecchi, chitarrista dei CCM, Roberto “Tax” Farano, chitarrista dei Negazione, e Mauro Codeluppi, voce dei Raw Power: non è più il CBGB della prima ora – parliamo di esibizioni tenute a partire dalla seconda metà degli anni ’80 – ma, in un contesto di grandi cambiamenti, un pezzo di alternative made in Italy viene chiamato sul palco da Hilly perché il pubblico americano ha iniziato a conoscerli e a comprare i loro dischi.

Ira Robbins di Rolling Stone ci riporta infine al 17 ottobre 2006: 

Per molti aspetti, al CBGB è stata una serata come tutte le altre. La band sul palco era anticonvenzionale e sciatta. I bagni non funzionavano. I vecchi frequentatori si radunavano in fondo, sorseggiando birre e scambiandosi storie di guerra del rock and roll. Si scattavano foto. Ma quando il Patti Smith Group ha lasciato il palco all’1:02 di domenica sera, il CBGB – la mecca di New York per il rock underground per tre decenni – non esisteva più

Un epilogo che non può essere diverso dall’inizio, con Patti Smith che sale sul palco per rievocare i fasti dei primordi: Distant Fingers, Kimberly, alcune cover tra cui Pale Blue Eyes dei Velvet, ma soprattutto Marquee Moon, suonata insieme a Richard Lloyd. “CBGB is a state of mind”, ha urlato. “CBGB is dead… long live CBGB!”

Autore: Roman Kozak
A cura di: Luca Frazzi
Illustrazioni: Ebet Roberts
Uscita: 2025
Editore: Edizioni Interno4
Pagine: 320
Prezzo: € 24,00

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