Dodici tracce capaci di riportare il rocker veneto nuovamente al centro del palco, a quattro anni di distanza dal precedente “All’Italia“, e nel mezzo di una schiera di fans che da lui accettano in maniera ieratica quello che con coerenza manichea sa cantare e raccontare.
Dodici tracce anzi, e per la precisione, dieci più due, che in barba a facili ritornelli gettano in faccia a un fruitore occasionale quell’essenzialità già citata nel titolo. Massimo Priviero si maschera, e lo fa molto bene, più da Tom Waits che dal suo idolo Springsteen, al quale fu imprudentemente accostato a inizio carriera, narrando, esattamente come il folk-singer di Pomona, degli ultimi e di chi fatica quotidianamente per raggiungere i propri obiettivi, il tutto accostandosi maggiormente al blues e solamente in seconda battuta al roots rock, riuscendo a dimostrare che sì, i tempi per il successo raggiunto sulla fine degli ’80 sono ormai distanti, ma la qualità musicale, e ancora più la qualità dei testi è oggi ancor più efficace.
Non quindi un solo pezzo da citare, anche se confessiamo di essere stati rapiti da Bella Vita, forse la più rockeggiante fra tutte le avventure narrate e fra le più prodromiche del ‘Priviero Pensiero’, ma bensì un album da ascoltare nella sua interezza. Un LP che parla di attualità muovendosi fra giri di basso e chitarre, soprattutto acustiche, narrando di amori bruciati nel corso di una serata e di eventi che si faticano a tenere a bada, solcando quella successione di accadimenti che ancora oggi, e come diceva John Lennon, ci sforziamo di chiamare vita.