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‘La mia storia è la biografia delle mie parole’, ovvero la “Vocazione Rivoluzionaria” di Luca ‘o Zulù Persico

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Non c’era pace nemmeno a casa. In quei mesi il telefono squillava continuamente, anche perché avevamo messo il numero ‘per contatti’ sulla copertina di Rafaniello, per cui già da un po’, sia per esasperazione che per selezionare un poco le chiamate, avevamo preso a rispondere cose tipo: ‘Salumeria Prisco, buonasseeeeraaaa’, oppure tipo: ‘Loggia P2, segreteria generale, qualifica e numero di tessera prego’. Ne avevamo una decina di risposte del genere, ma un pomeriggio le usammo tutte e dieci, o quasi, perché incappammo nella telefonata di qualcuno che, o era timido ma assai assai, o era visibilmente imbarazzato, oppure si stava divertendo a sentirsele tutte perché riattacava sempre, ma subito dopo richiamava. Alla tipo settima volta risposi seriamente, e finalmente parlò. Disse: ‘Ciao, sono Gabriele Salvatores’. Naturalmente non gli credetti. Andammo avanti almeno un quarto d’ora ma alla fine capii che era proprio lui e ci stava chiedendo un pezzo per Sud, il suo nuovo film.

Il sottotitolo a questa recensione potrebbe senz’altro essere uno dei primissimi capoversi della premessa, scritta dal direttore di Chinaski Edizioni Federico Traversa: “Le parole di Luca sono Luca, e Luca è le sue parole”. Guardandoci intorno, tra dibattito comune, mode, stili musicali, social network e altre manifestazioni mediatiche, il decennio 2020 sembra essere un’enorme celebrazione nostalgica dei trent’anni precedenti Luca Persico, aka ‘o Zulù, a bordo della sua macchina del tempo gira forte il volante – rigorosamente a sinistra – e ci conduce nel sottoscala, gli inferi non illuminati dai faretti che ci hanno indicato la strada verso il nuovo millennio.

Ma la “Vocazione Rivoluzionaria” è congenita, nasce insieme al desiderio di mettere per iscritto i tormenti di un ragazzo nato a novembre del 1970, una passione che nei primi dieci anni di vita è alimentata già dalla contrapposizione che si consuma tra sciagure come il colera, l’emigrazione e il terremoto, e una generale promessa di cambiamento: due fili che faticano ad incontrarsi e che alla fine si allontanano per sempre.

Una vita piena di snodi quella di Luca, come accade un po’ per tutti a questo mondo. Nel suo caso le scelte di vita hanno rappresentato strade divise e direzioni imboccate con forza, convinzione e con la coscienza di porsi progressivamente in prima linea rispetto al periodo storico e ai singoli accadimenti, a partire dall’età preadolescenziale con l’adesione sentimentale a una certa idea di sinistra e di rivoluzione. Poi la musica, che al di là dei dischi presenti in casa ed ereditati dai nonni, viene scoperta in purezza durante un viaggio studio in Irlanda. Il pensiero corre subito agli U2, ma al ritorno in Italia la nuova passione si fonde con il racconto degli ultimi in mezzo alle note del Boss Bruce Springsteen. Infine la militanza, attraverso la partecipazione ai primi cortei – quelli di metà anni ‘80 – un cerchio che si chiude e che rappresenta il nucleo di vita e di pensiero di Persico.

Questo frullatore impazzito prenderà vita grazie a un alter ego, un personaggio che si stacca da una realtà fatta di vestiti e accessori non di marca, ma che somigliano a quelli originali e che servono alle famiglie meno abbienti a non sfigurare in pubblico: una festa in maschera durante il periodo di carnevale – alla quale partecipa vestito da metallaro – sovvertirà tutto, dando di fatto vita al personaggio di Zulù e generando dentro di sé un’inebriante sensazione di alterità rispetto alla massa dominante per pensiero e abitudini. Da lì all’introduzione in ambienti di Democrazia Proletaria il passo sarà breve.

Musica e politica, un binomio che ben presto diventa inscindibile grazie anche alla vicinanza tra la sede napoletana di DP e gli studi di Radio Città Futura: un programma radiofonico a lui affidato sarà l’occasione per dar vita – tra un disco e l’altro – a gruppi di varia natura che in qualche modo rivendicano diritti, tra cui Kurdi, palestinesi e femministe. Dal dibattito all’azione, Luca compie ancora un passo avanti con la frequentazione del Comitato di lotta Zona Flegrea, conoscendo diverse persone che saranno fondamentali alla partecipazione a due eventi, in rapida successione, di portata nazionale, ormai alla soglia degli anni ‘90: lo scoppio della Pantera (qui un mio approfondimento puramente musicale di quegli anni) e il processo che porterà all’occupazione di Officina ‘99.   

Sullo sfondo c’è ovviamente la musica, che lo vede in prima linea nel contemporaneo ruolo di dj e diffusore di comunicati, tanto nella facoltà quanto negli spazi sociali occupati: l’evoluzione del messaggio porta dal metal, al punk, al crossover e infine al rap, una forma espressiva maggiormente consona ad uno speaker che bada al sodo delle parole, accompagnato e non più inseguito da una base musicale. Da Chuck Berry la mente viaggia quindi verso i Red Hot Chili Peppers, i Faith No More, Mr. Bungle, fino ad arrivare a Run DMC e Public Enemy. La battaglia politica contro il ministro Ruberti – che in quegli anni gettava le basi per la trasformazione delle scuole e degli atenei in aziende private – andava dritta verso la sconfitta senza rivincita, tuttavia in compenso stava nascendo un fenomeno politico viscerale, fatto dai collettivi studenteschi, seguiti a ruota da operai, sfruttati, disoccupati, aventi (invano) diritto ad alloggi popolari, fino ad arrivare a minoranze etniche, spesso nemmeno riconosciute su suolo italiano. Oltretutto, per la prima volta da Napoli stava partendo un network sociale su base nazionale, con l’intenzione di mettere in contatto tutti i gruppi che si occupano di temi simili.

Proprio in quel periodo matura un’altra idea nella testa di Luca: durante un concerto a Roma degli Onda Rossa Posse – uno dei primi gruppi italiani di rap politico – capisce che è finito il tempo dei messaggi accompagnati dalla musica di altri. Quei ritmi e quel modo di esprimersi, così alternativo ed esplicito, dà la spinta definitiva alla nascita del suo personale progetto musicale: tornato a Napoli fonda i 99 Posse.

Da qui parte il percorso musicale che tutti conoscono, una lunga strada, costellata di infiniti aneddoti più o meno noti, sulla quale per lo più ha viaggiato la sua band più famosa, ma anche i soci della prima ora Bisca e Almamegretta, i progetti paralleli Al Mukawama (nelle sue diverse fasi), I Tre Terroni e infine il lavoro da solista, una creatura che (ri)parte dai dj set dei primi anni, fino ad assumere i moderni connotati di lettura di testi su una base musicale, una sorta di teatro canzone contemporaneo. 

Il tutto interpolato dagli innumerevoli racconti sui live, le registrazioni, i rapporti con artisti famosi (Mario Merola, Pino Daniele, Jovanotti), ma anche di culto, come gli Zion Train. Al contempo viene raccontato in prima persona il mondo e i suoi fatti di cronaca, un universo che si cuce addosso a Luca come un abito sartoriale durante i tragici fatti di Genova, nel luglio del 2001, le incursioni nei territori occupati dagli israeliani oppure nelle lontane terre del Chiapas, alla presenza niente meno che del Subcomandante Marcos. 

E poi c’è l’uomo. Le gioie del matrimonio con Stefania e la nascita di Raul, ma anche il dolore della droga, la conseguente depressione e la voglia e la forza di venirne fuori. E se ancora oggi Luca e ‘o Zulù, insieme, sono ancora qua, vivi e vegeti, a raccontarcela davanti a una birra, vuol dire che malgrado tutto la storia non è finita poi così male. Anzi, non è finita per niente.

Autore: Luca ‘o Zulù Persico
Uscita: 30/10/2024
Editore: Il Castello
Pagine: 272
Prezzo: € 19,00

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