Il lavoro di Buscaglia differisce da tanti altri poiché non mette il fenomeno sul vetrino da laboratorio, ma ci cammina in mezzo, incontrando i giovani trapper, nominandoli, dando loro dei volti e una voce. Da quella voce, senza filtro alcuno, emergono situazioni di ogni tipo, ma di volontà comune. Una volontà più potente di molte altre.
“Sabotage”, fu, per me, il primo amore. So che è un parere discutibile, magari perfino sbagliato, ma credo sia il miglior disco dei Black Sabbath. E non solo per affetto, ma perché, a ben guardarlo, è il più completo, il più complesso, il più audace.
Non è il disco di una generazione, ma è uno di quei dischi che una generazione se l’è portata dietro senza accorgersene.
Ogni nota è una cicatrice. Ogni fruscio un tatuaggio. “Back in Black” non invecchia. Non si consuma. Ti esplode ancora in faccia come la prima volta. E se ti sembra strano che un disco così possa essere stato inciso pochi mesi dopo una tragedia, allora non hai capito niente degli AC/DC.
Forse si è sviluppato un sentimento nuovo, tra le persone che sono state a Heaton Park. Una presa di coscienza che pesa come un macigno negli stomaci, un modo di affrontare la vita che non esisteva prima. Alle fine siamo sempre noi, forse peggiorati e ancora più arroganti di prima, ma è come se avessimo accettato di essere diversi dalla prima volta che abbiamo ascoltato gli Oasis.
È il momento dei ricordi e delle celebrazioni degli appassionati al vaglio dell’umana corsa verso il cosmo nel nome dell’iconico Ozzy, in un percorso della memoria che batte bandiera dell’Heavy Metal.
Sarajevo era sotto assedio, ma nei sotterranei si continuava a suonare. “Sikter”, il nuovo podcast di Rodolfo Toè per Il Post, racconta la storia di una band che è diventata un simbolo e di come la cultura può diventare una forma radicale di sopravvivenza.
Il secondo album in studio di Elliott Smith è un monumento al dolore trattenuto. Nel suo equilibrio tra fragilità e precisione si forma un capolavoro sommesso, da ascoltare in solitudine, preferibilmente di notte.
Bob, diccelo tu: come ci si sente, dopo 60 anni, a sapere che siamo ancora tutti qua a celebrare una tua canzone? Oddio, canzone…Chiamarla così è riduttivo, perché stiamo parlando di una colonna, un caposaldo, una pietra angolare sulla quale si è edificata tutta la Canzone del Novecento
Un tramonto su una lunga autostrada punk. Non cambia la storia, non la riscrive, ma le dà una fine degna. È il gesto semplice di chi chiude la porta senza far rumore, anche se tutta la vita l’ha passata a farne il più possibile.
Un album sferico, ambizioso e a suo modo innovativo, nel quale filtrano i sentimenti più intimi guidati alla ricerca della maggiore consapevolezza di sé; è la scatola nera della formazione di un uomo
Gli Oesais non si sono limitati a parodiare gli Oasis: hanno creato un linguaggio nuovo. Con basi rubate, caschetti improbabili e trovate fulminanti, hanno scritto una delle pagine più originali – e forse più rock – della comicità italiana. E ora sono tornati (ovviamente).
I Sabbath sono un virus che attacca il DNA di qualsiasi amante del rock, in qualunque epoca e angolo del pianeta, senza mai correre il rischio di essere debellato
Un disco che ha influenzato gran parte dei protagonisti della decade Ottanta, decisi ad affidare la loro carriera ad atmosfere soffuse che fanno da sfondo a poetiche sospese a metà tra il romanticismo e la malinconia.
La condivisione è un valore importante e gli Swell Season lo hanno dimostrato per tutta la loro carriera, un percorso professionale che oggi, torna in questo 2025 carico di orrori con “Forward”, il nuovo album pronto ad illuminare la strada quando si pensava che ogni luce si sarebbe spenta.
“Illinois” è il primo vero lavoro pienamente compiuto di un artista che, allora come oggi, aveva ancora molto da dire.
Quell’autunno sarebbe uscito, per esempio, “(What’s the story?) Morning Glory” e sarebbe cambiato ancora tutto, velocemente. Sarei stato pronto ad affrontare un altro inverno. Negli Stati Uniti avevano il Lollapalooza con i Cypress Hill e i Pavement, noi avevamo Le Rotonde di Garlasco con Max Pezzali e i paesani.
“Eroi nel vento” è un saggio vibrante e necessario, che salda le crepe di questi quarant’anni e rende vivo, presente, quel riflesso lontano del 1985
Con “The Game”, i Queen si trasformarono da una band di rock teatrale e sofisticato a protagonisti di un pop rock moderno e accessibile. Un’evoluzione coerente, dettata dalla volontà di adattarsi con successo a un’industria musicale sempre più visuale, globale e orientata al consumo rapido.
Trent’anni dopo, “Exit Planet Dust” non è invecchiato. Si è stagionato. Suona ancora come un cazzotto nelle casse e un sorriso storto sulla faccia.