Peter Green – The End of the Game

Peter Green – The End of the Game
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    Non solo Syd. Perchè forse esiste un ciclo di precari e fuggevoli idol, di gloriosi apòstati, di anomalie (qualsiasi riferimento ad una discutibile trilogia è puramente casuale).
    Non solo Syd. Certe volte il variopinto miracolo della psichedelia è un fio da pagare con il sacrificio più solenne, una supernova all'ennesima potenza su delle mani di cera.
    Non solo Syd. In modo che, nel modo più amorevolmente sadico, attraverso la nostra memoria, il ballo della leggenda non abbia il minimo attimo di riposo.
    Era il 1970. L'ipocrisia del concitato flower power era in procinto di appassire dopo gli anni del fango e dei cortei, lasciando posto ad una nuova coscienza individuale, alla battaglia insanabile dell'individuo contro la propria natura, e quindi all'armistizio di sospensione che ne sarebbe scaturito, conosciuto universalmente come glam.
    Dio, quando non era già occupato come alibi per sporchi anatemi, era ancora in grado di rischiarare la mente….o di condurre alla pazzia.
    Si dice che proprio all'acme delle proprie certezze si venga colti da quell'impeto che viene chiamato “crisi mistica”, l'impossibile gara con l'Eterno dopo l'insperato successo nella lotta in opposizione a se stessi. E Peter Green lo sapeva.
    Lo sapeva, quando si presentava sul palco, con i suoi Fleetwood Mac, adornato di croci e di esoterismo al quadrato, come nemmeno il più opulento dei cardinali; sapeva che, prima o poi, sarebbe stato inglobato da quell'irresistibile forza, per la quale anche l'atto più estremo si rivela, sempre e comunque, insufficiente: il tempo era solo un otre mezzo piano e rivolto verso il basso.
    Peter Green era lo spirito vibrante della celeberrima formazione di British Blues, fedele seguace di John Mayall e cornucopia in potenza: solo quattro album, in cui l'impetuoso estro chitarristico era ancora soffocato dalla democrazia della band, una bomboniera di notevoli appetizers di un banchetto che sembrava non arrivare mai. Poi, la svolta:
    l'ormai religiosissimo Green abbandona il gruppo, infervorato e blaterante. Ma bastano pochi mesi perchè il terrificante miracolo laico si manifesti: a fine novembre, appena 6 mesi dal “commiato” esce “The End of the Game”. Basta con le invadenti linee vocali di Jeremy Spencer e di Danny Kirwan, i tempi della paciosa “Black Magic Woman” sono miraggi quasi concavi e volgari: ora è il momento di fare sul serio, non importa per quanto. In una solo ratto, riunisce un Animals dell'ultima fase (Zoot Money), il tastierista degli Hot Tuna (Nick Buck) e due cicatrizzati session-men che avrebbero meritato maggior fortuna (il bassista Alex Dmochowski ed il batterista Godfrey Maclean).
    Il risultato è un'eruzione in slow-motion, una meteora vagabonda di lava cristallizzata, sparata in parabola: 6 tracce, dove l'unica voce presente è quella dell'infinito, dove qualsiasi suono umano sarebbe stato importuno. Non è il suono dell'Ovest, il classico rock immaginifico ed hendrixiano immerso nelle pentatoniche e nella teatralità: qui le chitarre in fiamme sono solo suggerite, un senso di corale improvvisazione nichilista pervade ogni secondo, ogni fraseggio.
    La liturgia è inaugurata da “Bottoms up”, 9 minuti esatti avvolti in un crescendo singhiozzante e spasmico, forse il punto più alto del rock strumentale dei seventies: in poco meno di 60 secondi, ecco avanzare il fade-in più febbrile di sempre, un'attesa nervosa che, per i più smaliziati, sembra preludere ad una scolastica ripresa dei dogmi di “Voodoo Chile”. Ma non è così. Dmochowski è un mortaio cavernoso, slegato come se si trovasse al contrabbasso della John Coltrane Band, Maclean sbriciola il tempo sui piatti al punto da dare l'impressione che siano sue naturali appendici, per poi stendersi su un temporaneo 4/4 in battere di rullante (per rendere l'idea, quello prediletto dai Kiss). E Green? Indugia, sputa sensazioni quasi amelodiche, vestito di un effetto wah spigoloso e marziale: è uno sciamano tremante, che tasta il terreno prima del rito. Gli strumenti si avvinghiano, dopo due minuti di esemplare preludio, e ciò che ne esce è una jam, anzi, LA jam irripetibile, nella quale la soluzione più immediata viene confutata nel giro di quattro battute, verso sviluppi e variazioni opposte. Pause, incoerenza, fluvialità fanno di “Bottoms up” la “Cancelli del Cielo” musicale ed una delle tappe fondamentali della musica morderna.
    “Timeless Time” è purissimo ambient, una sonata per manico e bacchette dolcemente posata, a metà fra Vivaldi e Robert Johnson, negli stridii dei cymbals e nelle piccole ragnatele delle 6 corde: e l'acronia esiste, a difesa del titolo, perchè “Timeless Time” è una vibrazione soprattutto intima che sembra durare da sempre. Per sempre. E soltanto con te, che la stai ascoltando ad occhi chiusi, perchè tu solo la possa provare, per non condividerla, con nessuno.
    “Descending Scale” è il sisma hot jazz, con il piano e l'organo comprimari sincopati al loro esordio, nell'album, ad allacciare le percussioni ancora sciolte ed anarcoidi in un apparente 6/8. Chissà a chi toccherà ricomporre l'ordine (sempre che l'espressione calzi….)…..Ma Green è astuto, e, come il miglior entertainer, il suo primo pubblico altro non è che lui stesso: disobbedisce alle norme del ligio chitarrista e, dopo un minuscolo riff che anticipa (o cita? mah, le due canzoni sono contemporanee) “Layla” di Clapton,, fa ripiombare l'organico nello sfogo puramente dada, con squarci acuti improvvisi ed intervalli alla Barrett: basta ascoltare la sezione centrale per rendersi conto del facile paragone con i Pink Floyd più free (quelli di “Interstellar Overdrive”, per capirci).
    “Burnt Foot” è un regalo a Maclean, uno standard rock'n'roll cucito addosso ad un taglio percussivo rapace ed indipendente, sopra il quale Green, sorretto da un quattro corde alienato e quasi solistico, cuce un piccolo stratch'n'solo (sì, Tom Morello ha imparato anche da qui) di inusitata vigoria. “Burnt Foot” è il classico modello mancato, la fonte inattinta di innumerevoli ispirazioni sotterranee. “Burnt Foot” è il divertissement puro, l'unico momento lontano dai recessi più bui, la progressione blues pura, irrinunciabile, definitiva.
    “Hidden Depth”, il brano dal titolo più esplicativo, sembra la registrazione improvvisata di un funk alla Traffic, con tanto di piano spavaldo e di chitarra esornativa, una veloce divagazione su un genere già assodato; ma basta aspettare un solo minuto per capire quale sia l'effettivo scopo del brano: nei successivi 4 minuti, l'esordio viene rallentato, smontato, alienato, nobilitato, tutto allo scopo di individuare la “profondità nascosta” persino negli attimi più bizzarri. E si ritorna allo schema della pastorale acid di “Timeless Time”, questa volta con un maggiore senso armonico, sempre ad un passo dal capolavoro.
    “The End of the Game” è un osanna alla paura, al terrore dell'Arte, durante il quale il fedele strumento di Peter, più sbronzo e maniacale di prima, si contorce in una sequela di rantoli virtuosistici, le parole non pronunciate, come l'estremo rimorso di un mutismo obbligato; ed è un testamento annunciato, l'anticipazione di un destino assurdo, forse la vera ricompensa della sua pazzia e del suo genio.
    Gli interi incassi del disco furono devoluti in beneficenza, e per anni si parlò di una vita ascetica, fra una mezza dozzina di occupazioni provvisorie e di viaggi esotici: in realtà, Green seguì la stessa sorte del primo leader dei Pink Floyd ed in seguito alla solita catarsi divina l'ex leader dei Fleetwood Mac viene internato in un ospedale psichiatrico, devastato da psicofarmaci e da crisi paranoiche. Gli anni trascorsero nella totale ignoranza della sua condizione, fino al 1979, quando Peter si rifece vivo con una seconda, non necessaria registrazione, eseguita solo per doveri contrattuali irrisolti: a molti parve che, oltre alla dissociazione mentale, i medici avessero prosciugato la sua mente del furioso demone compositivo. Così finisce la vicenda dell'artista di Bethnal Green, l'Episodio per eccellenza della storia del rock, l'Epico Effimero che, in patria, durante l'acclamazione europea, viene ancora oggi bollato come disco scadente, “triste”. Così morì Peter Green…..o quasi. Ma è ancora tutto da scrivere….

    Tracklist

    1. Bottoms Up
    2. Timeless Time
    3. Descending Scale
    4. Burnt Foot
    5. Hidden Depth
    6. The End Of The Game

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