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Interviste

Intervista agli STUDIODAVOLI

Ho intervistato gli Studiodavoli ed è stata un’esperienza irripetibile. Soprattutto perchè è stata fatta a Casa De Rubertis, il covo di mezza band, la tana dei fratellini De Rubertis che con il loro secondo lavoro “Decibel for Dummies” hanno regalato alla discografia italica un po’ di tracce colme di indie che supera i soliti confini di cui siamo soliti lamentarci.

Un kilometro di intervista di mao168

Allora, mentre la loro madre preparava le polpette in cucina, noi ci siamo accomodati nell’incasinatissima camera di Gianluca…

Intervista Studiodavoli. 15/03/06 ore 13 circa – Matino, Casa De Rubertis

Legenda: Mao = io
G.D.= Gianluca De Rubertis (tastiere, voce)
Ciop= Cioppino (Vj live)
M.D.= Matilde De Rubertis (voce, chitarra)

Mao: E’ vero che il vostro primo nome era diverso ed era semplicemente un nome estemporaneo che suonava bene?
G.D.: Sì…
(allegra risata di Matilde)

Mao: Sì… perchè suonava bene? Mo’ mi devi spiegare perchè…

G.D.: …perchè era diverso.

Mao: perchè era diverso e perchè suonava bene allora?
G.D.: Era diverso perchè una delle due parole era diversa… sai com’è: tu dici “casa” e poi dici “scaffale”, son due parole diverse e te ne accorgi subito.

Mao: “Casa”, “scaffale”… hanno però qualcosa in comune, sia in termini concettuali che in termini alfabetici. La parola “casa” è contenuta nella parola “scaffale” e lo scaffale come oggetto è generalmente all’interno di una casa.
G.D.: allora “mouse”… no, anche questo ha a che fare con la “casa”… Vabbè, prima ci chiamavamo Valvoledavoli.
Mao: Bè allora perchè c’è stato un nome prima e un altro nome dopo?
G.D.: Un nome dopo perchè abbiamo cambiato “valvole” con “studio”, perchè siamo diventati più “studiosi”, ci siamo applicati meglio, di più. Siamo diventati talmente esperti di questa ditta Davoli, da cui abbiamo preso il nome..

Mao: Quindi esisteva una ditta “Davoli”?
G.D.: Sì, esisteva, facevano amplificatori valvolari… negli anni ’60 facevano di tutto: organi sui modelli dell’hammond, ad esempio…
Mao: Esiste ancora o s’è fermata?
G.D.: E’ rimasto solo un rivenditore di strumenti musicali a Parma. Quindi il nostro nome viene da Davoli; prima era Valvoledavoli, poi siccome siamo diventati esperti è diventato Studiodavoli. Comunque era estemporaneo, sì.

Mao: Ho capito. Insomma v’è piaciuto, suonava bene…
G.D.: Non lo so se suonava bene. Finchè non lo pronunci, non suona, no? Non è come un giradischi che lo metti su e suona.
Mao: Sì, ma anche il giradischi se non lo accendi non suona…
G.D.: Ecco appunto. Però una volta acceso suona.
Mao: Sì, penso di sì.
G.D.: Valvoledavoli invece lo devi dire ogni volta, o quanto meno il suono è talmente breve che lo devi…
Mao: …ripetere, se lo vuoi sentire di nuovo.
G.D.: Esatto.

Mao: Va bene. Passiamo allora alla seconda domanda di questa bellissima intervista… La terra da cui proveniamo non è che dia molti stimoli culturali e musicali che non siano quelli legati alla tradizione popolare o alla moda passeggera. Quindi naturale chiedervi quali dischi vi hanno ispirato tanto da farvi mettere su un progetto così sui generis per il Salento come Studiodavoli?
G.D.: Mah… non è che ci hanno ispirato i dischi per fare ‘sta cosa. Volevamo suonare… poi dopo un po’ uno s’accorge che le influenze da cui proveniamo possono essere sui generis per il Salento. Ma neanche tanto sui generis: vedi lui (si riferisce a “Cioppino”), gli Psychosun, e tanta altra gente che ascolta indie-pop e musica straniera.

Mao: Però ammetterai che rientra ancora nell’ambito di un’eccezione, perchè fino ad ora, o fino a dieci anni fa la regola era un’altra.
G.D.: Ma dieci anni fa c’erano tanti altri gruppi. C’erano gli NN che arrivarono…

Mao: A parere mio si trattava comunque di un sottobosco. Se pronunci il nome Puglia o Salento nella maggior parte dei casi ti sentirai rispondere reggae o pizzica.
G.D.: Questo però non vuol dire che quello che facciamo noi sia sui generis. Questo vuol dire che il Salento, come qualsiasi posto del mondo, ha un’etichetta, un marchio. Questo marchio è quello del prodotto tipico. Allora se tu nomini Baviera, ti viene in mente qualcos’altro, non certo la pizzica…
Ciop: …magari la Paulaner.
G.D.: Se nomini Scozia…
Ciop: ci sono i Belle & Sebastian.
G.D.: Mentre invece se nomini Salento ti viene in mente la pizzica e… la mmerda, proprio.

Mao: Era questo che intendevo io con la domanda.
G.D.: Esatto. Quindi non è tanto il progetto sui generis quanto il Salento che viene etichettato per quelle quattro cose più…
Ciop: omologate.

G.D.: Diciamo più esaustive della scena. In realtà nel Salento, come in Baviera e come in Scozia, ci sono gruppi che fanno anche altro.
Mao: Quindi non vi sentite un po’ un animale raro, una specie di mosca bianca all’interno di questo ambiente?
G.D.: Ma no…
Ciop: Perchè alla fine si è creato un circuito nel Salento, come c’è pure quello di Brindisi. Anzi alla fine anche uno come Amerigo Verardi s’è spostato a Lecce da Brindisi e lavora e interagisce sia con lei (si riferisce a Matilde, n.d.r.) che con altri.
G.D.: Ma sì, certo. Gente che si muove in questo ambito ce n’è tanta. Pensa a Tuma (Giorgio, n.d.r.), Populous, gli Psychosun, Amerigo Verardi, Bludinvidia… Poi, al di là di alcuni gruppi che si muovono più sul versante del testo in italiano come i Bludinvidia e Amerigo verardi, gli ascolti musicali da cui si proviene più o meno coincidono. In comune con i Bludinvidia ci può essere sicuramente l’ascolto dei Beatles, Rolling Stones (meno da parte nostra e più da parte loro). Se invece prendi gli Psychosun ci sono altri ascolti che condividiamo come la new wave, i Belle & Sebastian, i Cardigans. E comunque tutti i gruppi che ti ho citato in precedenza sono consapevoli che esista una scena che non sia salentina in senso tradizionale. Io non mi sento a casa mia quando sono dentro casa mia, e ora mi dovrei sentire salentino nel Salento… A me di essere salentino non mi frega un cazzo, ma non perchè disprezzi i salentini… mi interessa un pubblico che sia salentino ma che non si fermi lì.
Mao: Che sia salentino ma non come etichetta…
G.D.: No, ma non mi interessa che sia salentino, o bavarese o scozzese…
Mao: Se invece parliamo di dischi in senso più stretto?
G.D.: Per quanto mi riguarda può aver influito molto l’ascolto di The Piper at the gates of Dawn dei Pink Floid, degli Air…
Ciop: Voi facevate Sexy boy come cover, che ora però non fate più…
G.D.: Ma la facevamo proprio il primo anno. Vedi, lui si ricorda, ci ha sentiti proprio appena nati. In quel primo anno facevamo parecchie cover, perchè all’inizio le devi fare, e quelle erano indicative degli ascolti che facevamo. C’erano Blonde Redhead, c’erano Portishead, c’erano Air, Stereolab… il tutto amalgamato in una forma che rimaneva abbastanza eterogenea. In seguito abbiamo trovato una formula più rotonda; se fossimo rimasti un’accozzaglia come quella dell’inizio…

Mao: …non sareste arrivati dove siete arrivati. Allora, come siete entrati in contatto con la vostra casa discografica? Visto che la Record Kicks non la conosco, me ne parlate un po’?
G.D.: Siamo entrati in contatto tramite Fabio Conti, che tra l’altro è un grafico che sul sixties è molto bravo. Eravamo all’Istanbul e noi avevamo appena finito la demo di Megalopolis e lui ci disse “Guardate c’è un amico che ha appena aperto un’etichetta”. Così il cd è arrivato nelle mani di Nicola Pozzoli, che è il nostro discografico, e dopo due settimane è venuto a sentirci perchè il disco gli era piaciuto. Tutto qua. Se invece ti devo parlare di Record Kicks, è nata nella fine del 2003 e il primo singolo nostro è stata la prima pubblicazione discografica della Record Kicks. E’ un’etichetta indipendente, assolutamente indipendente… è uno studio grande quanto questa stanza, un po’ più grande forse…
Ciop: Che altri gruppi sono usciti per la Record Kicks?
G.D.: Sono usciti i Ripidi, i Minivip, Henry…
M.D.: Henry però forse solo per la distribuzione…
G.D.: …i Link Quartet che sono un gruppo famoso nel giro dell’hammond groove, sul genere dei James Taylor Quartet, e suonano all’estero. In Inghilterra e in America son conosciuti. E’ una musica di nicchia, per appassionati. Mi pare siano questi i gruppi.

Mao: Ok. Parliamo del nuovo album, Decibel for dummies. Chi sono i “bambocci”?
G.D.: Uno sei tu. E gli altri siamo noi 3 (riferendosi ai lì presenti, n.d.r.). In tutto fanno 4 minchioni, soltanto che tu sei un po’ il capostipite, diciamo…
Mao: Mi sento un po’ il capro espiatorio…
G.D.: Chi sono i bambocci… e che ne so. Il titolo è più un gioco… che ci siano un sacco di minchioni per le strade della terra, è vero.
Mao: Che siano gli ascoltatori rimasti a bocca aperta dopo aver ascoltato l’album?
G.D.: Se ci sono i minchioni, ci saranno pure quelli che ascoltano. Quindi sì, anche gli ascoltatori. Ma basta farsi un giro in televisione per rendersene conto.
Ciop: Uh… vabbè, là li trovi tutti.
G.D.: Io non li vado neanche più a cercare.
Ciop: Sono loro che vengono da noi.
G.D.: Non c’è niente da fare, ormai siamo spacciati.
Mao: Rispetto a Megalopolis sembra che il nuovo album abbia messo fuori i dentini e abbia cominciato a camminare da sè, nel senso che è palpabilissimo che una crescita c’è stata. Nella pratica compositiva di testi e musica c’è stato qualche cambiamento post-megalopolis?
G.D.: Allora, Sì… perchè megalopolis è stato un disco…

Mao: (rivolgendomi a Cioppino, ndr) Questa gli è piaciuta…
G.D.: Sì, questa sì… le altre erano stupide. Questa invece nel complesso è stupidissima. Allora Megalopolis è figlio di un lavoro fatto prevalentemente in sala prove, viene quindi da una musica suonata proprio insieme e i pezzi sono anche più espressione corale. Per questo disco invece ognuno ha lavorato a casa sua e ci incontravamo in sala prove ognuno con il suo pezzo praticamente già finito, con un provino già fatto dove in alcuni punti, o addirittura per interi pezzi avevamo già stabilito la linea del basso. Così come il pezzo che ha scritto il bassista, ha una linea di tastiera che è rimasta quella. Quindi diciamo che è un lavoro compositivo più da ultimi Beatles secondo me. Ognuno si prepara tutto a casa e poi in sala prove si mette tutto insieme e lì si prova soprattutto il live.
Mao: Questo lavoro compositivo che comunque è stato scritto a più mani, nel senso che ognuno portava il pezzo suo…
G.D.: Ognuno ha scritto il pezzo suo ma ci sono anche pezzi scritti insieme. Cè quella che piace a lui (Cioppino, ndr) City dweller che parte da un riff di organo in sala prove e poi il pezzo è nato da solo… In quel caso è stato così, per gli altri pezzi invece… all the things ad esempio è fatta completamente in provino, I prefer uguale.

M.D.: Kiss invece è un caso diverso…
G.D.: …perchè il provino era semplicemente chirarra e voce fatto da lei (Matilde, ndr); poi quando abbiamo registrato il disco l’abbiamo riarrangiato. Quindi in questo c’è più un lavoro d’arrangiamento. Stesso dicasi per Stay on: c’è stato un lavoro d’arrangiamento del batterista molto importante. Per le altre invece, dove il lavoro d’arrangiamento non c’è stato, se senti i provini originali, anche se sono in bassissima qualità, ti accorgi che la struttura del brano è praticamente già quella definitiva.

Mao: Inevitabilmente richiamate alla mente un gusto retrò anni ’60…
G.D.: No, non è vero…
Mao: Aspè, fammi finire la domanda…
G.D.: No no, ma non è vero…
Mao: Fai come Berlusconi…
Ciop: (gli fa il verso, ndr) “Voi ribaltate la realtà!”
Mao: …un gusto retrò anni ’60, di lounge-pop e psichedelia.
G.D.: Posso dirti una cosa? Questa parola “lounge” non la sopportiamo più. Ditemi voi se questa è musica lounge… se questa è musica lounge allora io sono il Papa.

Mao: Non ho detto che questa sia musica lounge, però se ne può sentire l’influenza…
G.D.: Su Megalopolis ci potevano essere un paio di pezzi che richiamavano alla mente, che facevano riferimento soprattutto agli ascolti di quel periodo… ma qui veramente di musica lounge non ce n’è! O sono diventato scemo io… perchè di musica lounge in questo disco non v’è traccia. Anche Kiss, che è stato definito un pezzo “lounge” in diverse recensioni…
Mao: Infatti in questa definizione abbiamo voluto riassumere l’opinione generale della critica.

G.D.: Ecco, ti posso dire che quella non è un’opinione generale. E’ il farsi recidivo di un giudizio su una band. Perchè quando uno esce col primo disco in cui c’è un pezzo che richiama ad esempio gli U2, per 5-6 album porterai addosso questa menata, anche se dopo fai metal. Funziona così. Voi giornalisti siete una razza… non vi sopporto più.

Mao: Grazie. E’ un complimento per me. E’ come nel film Almost Famous in cui i musicisti definivano nemici i giornalisti.

G.D.: Assolutamente sì. Noi siamo amici, ma dopo, quando spegniamo il registratore. (ndr : rientra Matilde che si era assentata per qualche minuto e Gianluca le dice) Ha nominato il lounge questo qua…
M.D.: Nooo, pure tu… mamma mia…
G.D.: Basta co’ ‘sto lounge!

Mao: In mia discolpa posso dire che le domande non le ho scritte io, ma mio fratello. Tornando alla domanda, quali sono le influenze musicali, letterarie, popolari e culturali a cui è stato sottoposto quest’album?

G.D.: Innanzitutto dì a tuo fratello di organizzare meglio le frasi perchè l’album non è stato sottoposto a niente. Se vuoi gli facciamo un elettroshock dopo…
Ciop: Vabbè, come influenze letterarie, sui testi per esempio…
G.D.: I testi lasciali perdere perchè i testi degli Studiodavoli sono degli episodi naif, sono dei testi veramente molto semplici. Per noi da sempre i testi sono la parte più immediata e semplice perchè ci interessa più che altro la musica. Non dico siano meno importanti, ma ci preoccupiamo più che la scansione delle parole sia musicale piuttosto del significato stesso della parola. Finchè le parole non intralciano la musica, ci va bene. Se le parole cominciano a essere invadenti, non va. Per farti un esempio, siamo all’opposto degli Offlagadiscopax, poichè lì la parola intralcia sempre la musica…

Mao: …creando però un risultato apprezzabilissimo, a mio parere…

G.D.: Se a te piacciono, per carità, ci mancherebbe.
Ciop: A te non piacciono gli Offlaga?
G.D.: No.

Mao: Secondo me non è detto che la musica non possa vivere anche di contrasti.

G.D.: Ma l’intervista è a me?

Mao: Io ti sto dando un parere personale per poter mettere in piedi un dibattito.

G.D.: E a me… che mi interessa?

Mao: Certo che sei antipatico…

Ciop: Eh, lo devi conoscere.
G.D.: Andiamo avanti. Questa domanda era veramente stupida! Questa, per adesso, vince il premio.

Mao: Dite la verità: l’intervento di Populus in “Decibel for dummies” era una postilla nel contratto stipulato quando la vostra cantante Matilde ha collaborato con lui per il suo album, “Queue for love”? A parte la canzone I prefer, qual è stato il suo apporto?

G.D.: Solo quello ha fatto. E poi un po’ di consigli utili…

Mao: Tipo?

G.D.: Veniva in sede di missaggio e dava consigli, soprattutto sull’effettistica, sulle voci… è stato un parere in più, ecco. Poi è prima di tutto un amico…

Mao: Rispetto per gli amici.

G.D.: No, ma che rispetto. E’ un amico, ma mi sta sul cazzo pure lui…

Mao: Eh, s’era capito dal carattere che ti ritrovi.

G.D.: No, il suo devi vedere!
Ciop: Andrea (Populus, ndr) è particolare. E’ un ubriaco d’amore.
G.D.: E’ un ubriaco d’amore, diciamo così. Però è stato assolutamente utile, è stato un parere in più e ha fatto la base di I prefer.

Mao: Negli altri episodi come It could last forever, Sexsuite ed elettronici come Cristal Love…

G.D.: Cristal Love non esiste. Tuo fratello ha letto una recensione dove hanno sbagliato e hanno scritto Cristal Love.

Mao: E’ probabile. Il disco non ci è arrivato…

G.D.: Io non capisco. Trovo sempre questi giornalisti impreparati…

Mao: Io ho cercato di procurarmi il vostro disco, e lui (Cioppino, ndr) ne è testimone. Io non preparo mai interviste senza avere sentito il disco. Che antipatico…

G.D.: Vabbè, dai comunque, Cristal Camp…

Mao: Che palle. Vabbè… insomma questi pezzi sono particolarmente ricchi di una strumentazione che su Megalopolis sembrava più taciuta.

G.D.: Cioè la sua teoria è che su Megalopolis c’erano gli strumenti ma non suonavano?

Mao: No, che ce n’erano di meno…

G.D.: Ah, ce n’erano di meno, è una metafora…

Mao: Sì. Prendi le cose più alla leggera. Leggi fra le righe… che facoltà fai scusa?

G.D.: Come che facoltà?

Mao: Che facoltà hai fatto?

G.D.: Io, guarda, facoltà non… non…
M.D.: (tossisce quasi a stemperare l’atmosfera tesa, ndr) No, non gli fare ‘ste domande altrimenti non te ne esci più…
Ciop: Maledetto…
G.D.: Dai, continuiamo… sono entrato nel personaggio, mi sto divertendo!

Mao: No è che lassù leggevo “Guida dello studente, facoltà di lettere e filosofia 2002/2003”

G.D.: Facoltà di lettere e filosofia. Forse dovrebbe essere quella. Ma andiamo avanti.

Mao: Riprendendo la domanda di prima: anche ciò è frutto di una naturale maturazione o è stata una scelta meno ponderata e più istintiva?

G.D.: No, più ponderata! Molto più ragionata. Ma il fatto che sia più ragionata non vuol dire che sia più matura. Sicuramente è stata una cosa più ragionata perchè quest’album parte dall’inizio con la consapevolezza che venga fuori un album destinato alla distribuzione e tutto il resto. Megalopolis invece era una demo che poi è stata migliorata fino a diventare un album. Quando abbiamo registrato Megalopolis non sapevamo mica che sarebbe diventato un disco. Decibel invece sapendo fin dall’inizio che sarebbe stato il nostro secondo album che, come dice Caparezza, è quello più difficile nella carriera di un artista.
Ciop: Questo non è il terzo?
G.D.: No, questo è il secondo perchè il primo non era un album ma era un’ep con dei provini, una demo praticamente. Quindi come album questo è il secondo. Un album più ragionato e “cercato”, anche nel fatto di usare tanti strumenti, di fare più missaggio, anche se è un lavoraccio perchè poi c’erano un sacco di tracce… Lode sempre a Stefano Manca, santo.

Mao: Che Dio l’abbia in gloria. Come mai avete scelto di inserire nell’album la cover “Senza fine” di Gino Paoli?

G.D.: Infatti l’ha scelta Nicolò Pozzoli
M.D.: Noi non volevamo (dice ridendo divertita)
G.D.: Sai come si dice, è una cosa “commerciale”. Una parola che mi piace un sacco, che descrive una cosa che fa fare i soldi.
M.D.: La cover è nata come riempitivo di concerto, semplicemente.
G.D.: La cover l’abbiamo rifatta noi un paio d’anni fa. Noi la facevamo nei concerti. Poi lui ha detto che questa cosa “tirava” (in milanese, ndr)

Mao: Non è che v’hanno costretto a suonarla…
G.D.: No no… non è che ci fa schifo. E’ una cover che abbiamo fatto noi, l’arrangiamento è nostro. Però noi non l’avremmo inserita nell’album, ma magari in un ep, assieme a qualche canzone dell’album.
Ciop: O messa nel singolo!
G.D.: Nel singolo, esatto. Nell’album non ci piaceva tanto; invece c’è stata questa trovata… strategia praticamente.

Mao: Purtroppo siete entrati in un mondo in cui la strategia commerciale domina e governa.

G.D.: Io nel ’76 ci sono entrato: quando sono nato!

Mao: Se prima però potevi essere uno spettatore, o un attore inconsapevole, adesso stai acquisendo più consapevolezza di questi meccanismi, di questi ingranaggi.

G.D.: No, vabbè…

Mao: Guarda che la faccio a lei (Matilde, ndr) l’intervista!

G.D.: Le ultime domande perchè non gliele fai?

M.D.: No no no…

Mao: Vabbè, rispondete insieme…

Ciop: Quando avete fatto l’intervista su Rumore, è stato così?
G.D.: No perchè quelli ci mandano le mail. Non possiamo sbizzarrirci così. Una volta ne ho fatta una telefonica ad una radio di Siena.

Mao: A Facoltà di Frequenza. Sì, vi ho sentiti in diretta…

G.D.: E’ successo un casino, l’hai sentito?

Mao: Più o meno… non l’ho sentita tutta.

G.D.: Ne ho sparate certe… altro che qui. Mi sono dato alla pazza gioia, ho parlato male di un sacco di cose!

Mao: Sì, sparavi stronzate a raffica.

G.D.:Quante domande mancano ancora?

Mao: Tre, mi pare. Alla prossima avete in parte già risposto, comunque ve la rifaccio ugualmente. Fa più o meno così: per fortuna salento non fa più rima soltanto con reggae e pizzica. Nomi come Populous, Tuma, Psychosun, Bludinvidia…

G.D.: Sì abbiamo risposto…

Mao: Thousand Millions…

G.D.: Sì, abbiamo risposto!

Mao: Derelict Carrillion

G.D.: CHI???

Mao: De-re-li-ct Carrri-llion

M.D.: Mai sentiti

Mao: Mi sa che son di queste parti

G.D.: Saranno famosi visto che noi non li conosciamo…

Mao: …insomma questi nomi sembra che abbiano creato insieme a voi un ambiente parallelo che non s’incontra per niente o mai si sposa con quello più blasonato citato prima.

G.D.: E abbiamo risposto!

Mao: Si sente nel leccese quest’aria di cambiamento? …Si!

G.D.: NO!

Mao: No, perchè c’è sempre stato?!
G.D.: No, perchè Lecce ultimamente sta facendo schifo. 3-4 anni fa Lecce era molto più viva. Ma molto più viva! E ciò un po’ deriva dal fatto che CoolClub è diventato una risorsa lavorativa per quelli che già c’erano. Ma nessuno li biasima, anche loro devono campare. Mentre all’inizio CoolClub aveva tutto quell’entusiasmo di chi non lo fa per lavoro e si faceva tutto più spensieratamente. Questi però son discorsi vecchi, e a loro glielo dico sempre… Quindi un po’ deriva da questo, un po’ da non so cosa. Ad esempio ho visto le selezioni per l’Arezzo Wave di quest’anno e m’è sembrata una porcheria.

Mao: Concordi?

M.D.: C’è un altro tipo di attività di live…
G.D.: Sì, l’attività di live, ma poi mi sembra che non ci siano tanti gruppi adesso…
Ciop: Il problema è anche che mancano le strutture invernali. Alla fine uno prova, ma il gruppo si fa le ossa per il 50% sul palco e voi lo sapete bene. Quindi lo stare su un palco, avere il feeling, l’energia giusta… tutto questo non c’è più.
G.D.: Assolutamente sì.
M.D.: Bè ad esempio 4-5 anni fa c’erano molti più concerti in giro.
G.D.: Sì ma a me sembra che ci fosse anche più circolo anche all’interno del centro storico, perchè si suonava al Blue ICE…
Ciop: …che ora ha cambiato nome e gestione… ultimamente ci stanno facendo concerti… ci sono stati dei ragazzi di Francavilla (Fontana, ndr) che facevano noise…
G.D.: Ah, bè! Allora forse è diventato più carino… bene, bene. Questa è una buona notizia. Però, in generale mi sembra che sia calata un po’ la scena. Anche se c’è da dire che le selezioni provinciali dell’Arezzo Wave non sono la vetrina totale e complessiva di quello che c’è in giro, però quello che c’era quest’anno non mi sembrava entusiasmante.
Ciop: E’ stato meno indie quest’anno.
G.D.: Sì, magari è una questione di gusto personale. Ah e mi raccomando in questa intervista inserisci pure Cioppino, io ci tengo.

Mao: Certo! Ci mancherebbe… Io l’avevo già citato nell’intervista con Amerigo Verardi, in tempi non sospetti.

G.D.: Vabbè insomma, il quadro della situazione l’abbiamo fatto.
Ciop: Poi c’è anche da ricordare che hanno fatto un ottimo articolo su Rumore per quanto riguarda la scena nostrana, sul numero di settembre?
G.D.: Ottobre!
Ciop: Sinceramente per me, che vivo qua, aprire il giornale e vedere 3 pagine dedicate ai miei amici, è stato il massimo. Siccome leggendo i giornali sembra che esistano solo il veneto, la scena punk di Pordenone, Milanodabere, Torino, subsonica… bè finalmente s’è data anche una caratterizzazione di ciò che c’è nella zona nostra, perchè non c’è soltato reggae e pizzica!
: Ma infatti quell’articolo su Rumore è stato ben fatto. Comunque ora vediamo; speriamo che cambino un po’ di cose. Lecce la vedo un po’ stagnante. Spero sia una cosa passeggera. A parte L’Istanbul (locale indie a Squinzano, ndr) che non è a Lecce, oggi come oggi manca a Lecce città un posto, tipo una specie di Club, un bel club con un palchetto dove anche 3-4 volte la settimana si possa suonare. Finchè non c’è una cosa del genere… mi passi il portacenere?
Ciop: Sì perchè ci sono tanti gruppi che rimangono chiusi, che non possono emergere perchè non conoscono nessuno e nessuno li fa suonare.
G.D.: C’è per esempio un posto a Lecce che è veramente un peccato non utilizzare, ma che ormai è stato dimenticato. E’ lo Zuma, un posto dove noi abbiamo suonato sia l’anno scorso che 2 anni fa facendo serate che abbiamo potuto completamente autogestire perchè abbiamo fatto amicizia con la proprietaria. Una pazza! Per farti capire: nell’ultimo concerto che abbiamo fatto doveva esserci un ingresso pari a 2 euro, e lei come se niente fosse. La gente entrava, tra l’altro entrava con le birre acquistate fuori dal locale, e alla fine non c’hanno pagato. Questo è il livello di follia. Se non metti qualcuno fuori… mi ci devo mettere io? Io devo suonare, mica fare il buttafuori… Per cui capisci che se lo Zuma fosse gestito da ragazzi, da giovani, sarebbe diverso. A noi era venuto in mente, anche con Amerigo Verardi di prendere un posto, di fare un po’ quello che fa per esempio Umberto Palazzo dei Santo Niente a Pescara, al Wakeup . Anche il sabato sera, ad esempio, c’è la disco-indie, con Umberto Palazzo che fa il dj, però prima c’è il gruppo! Per non parlare poi dei Mercati Generali di Catania. In Italia non c’è un locale che sia all’altezza dei Mercati Generali. A Catania possono permettersi di fare il sabato LIVE, senza l’attrattiva della dance hall. Noi abbiamo suonato il sabato live ed era pieno così…
M.D.: …e la gente era lì per il concerto!
G.D.: Praticamente, ti spiego subito la differenza tra il Wakeup e i Mercati Generali di Catania. Il Wakeup fa il sabato il concerto e la dance-hall, però l’evento è la dance-hall quindi il gruppo deve cominciare entro mezzanotte. A Catania c’è anche la dance-hall, ma il gruppo non comincia a suonare a mezzanotte. Il gruppo comincia quando è pieno così, all’una, l’una e mezza. E’ proprio un altro pubblico.
M.D.: Io non ho mai visto un’attenzione così da parte del pubblico.
G.D.: Noi abbiamo suonato un po’ dappertutto… ma questo succede solo a Catania, ai Mercati Generali, solo là! I due gestori, Diego e Franco, sono due che sueguono la musica, si spostano in tutta Europa per concerti, e hanno un club che funziona quindi su standard europei.

Mao: Speriamo allora che sia una linea guida, che sia da esempio per altri club in Italia!

G.D.: Guarda, se si potesse gestire lo Zuma insieme a qualcuno sarebbe bello, perchè come posto è l’unico a Lecce adatto a una situazione del genere.
Ciop: Però lì ci sarebbe anche un problema legato agli orari, forse…
G.D.: Mah, quando abbiamo suonato noi non ne abbiamo avuti… al massimo bisognava finire di suonare all’una… e poi è posizionato bene, non dai fastidio a nessuno. E poi è anche un bel locale, e se lo cominci a gestire con i “sani sensi” ne vale veramente la pena. Vabbè, andiamo avanti!

Mao: Il tipo che musica che fate non vi colloca come pugliesi e forse nemmeno come italiani. Ma vivete tutti nel Salento?

G.D.: Sì.

Mao: Una scelta, una necessità, un attaccamento stoico alla terra natia o si progettano trasferimenti?

G.D.: No. Penso di parlare a nome di tutti: chi è che sta male qua? A Lecce non si sta male, al di là di tutte le pecche di cui abbiamo parlato. Si sta tranquilli! Un conto è stare a Milano…

Mao: Verardi se n’è tornato infatti…

G.D.: Questo è un bel posto da vedere, da vivere… certo per tutti i motivi che abbiamo elencato prima uno sarebbe spinto ad andare fuori. Io sarei più spinto ad andare fuori.

Mao: Tu?

M.D.: A me sinceramente dà fastidio il fatto che tutti se ne vogliano andare da Lecce. Quindi è diventata più una questione di principio.

Mao: Questo ad esempio ha mosso me a tornare.

M.D.: E’ una cosa che mi dà proprio molto dispiacere perchè comunque tutti arrivati ad una certa età vanno via per fare altre cose sù, e nessuno rimane per fare qualcosa qua. E sono sicura che se tutta la gente che è andata via, anche ragazzi di 25-26 anni che suonano come i Thounsand Million per esempio, stessero qui insieme a noi a fare qualcosa secondo me piano piano ci sarebbero dei cambiamenti sostanziali.

Mao: Sai, spesso la fuga è vista in termini provvisori. Fare qualche esperienza lavorativa, professionale, artistica altrove porta ad un arricchimento personale che uno può poi portare giù.

M.D.: Sì, però una persona che trova un posto di lavoro sù, difficilmente poi torna.

Mao: C’è chi ce la fa.

M.D.: Sì, ci può stare, ma nella maggior parte dei casi è difficile che avvenga il ritorno, soprattutto se si sta fuori per tanti anni.

Mao: Ok. E’ rimasta l’ultima domanda. Senza dubbio c’è una cura particolare del vostro look personale e dell’artwork.

G.D.: Bè l’artwork su entrambi i cd l’ho fatto io…

Mao: Quindi chi meglio di te può rispondere!

G.D.: Sì, cura c’è stata, si tenta sempre di fare le cose al meglio, per quanto riguarda l’artwork. Poi si cerca anche di rispettare i gusti di tutti e quattro, e ti assicuro che non è facile che una cosa piaccia contemporaneamente a 4 teste diverse. Poi piano piano ci si riesce…

Mao: E il look?

G.D.: Riguardo il look, in questo periodo io e il batterista siamo propensi a mettere anche qualcosa di più elegante. Cioè vedi come sono vestito anche adesso, mi vesto elegante anche in casa io.

Mao: Sì, devo dire che sei molto elegante. Comunque c’è stata anche una certa evoluzione, mi pare, magari naturale… poi penso che vestite come cazzo volete, no?

G.D.: No, c’è la casa discografica che ci dice “Mi raccomando vestitevi bene!”.

Mao: Ah ecco, come per la Comunione.

G.D.: Sì, proprio così.

Mao: E comunque viene a galla una certa omogeneità anche tra artwork e musica, a mio parere.

G.D: Vuol dire che l’ho azzeccata.

Mao: Ma secondo te, ora ti faccio una domanda filosofica, anche nell’indie nostrano conta più apparire che essere?

G.D.: Questa non è una domanda filosofica.

Mao: Perchè no?

G.D.: Ma tuo fratello è filosofo?

Mao: No, studia medicina.

G.D.: E allora…

Mao: Però ha fatto il classico!

G.D.: Allora digli che io ho preso un antibiotico che si chiama Declan e mi ha provocato una micosi. Magari mi può dare una mano.

Mao: Perchè hai preso l’antibiotico?

G.D.: Per una tonsillite.

Mao: Ma ti è stato prescritto dal medico curante?

G.D.: Sì. Sto male insomma…

Mao: Quindi? Vuoi rispondere o no?

G.D.: Qual era la domanda?

Mao: Anche nell’indie italiano conta più apparire che essere?

G.D.: Essere non è nessuno.

Mao: Aspetta ti spiego la domanda: qui c’è chiaramente una critica velata a ciò che è anche l’indie estero, europeo ed americano, quella propensione verso un certo tipo di atteggiamento, di abbigliamento che fa sì che si costruisca un guscio esterno più forte al cui interno nasconde però un’anima povera.

G.D.: Bè l’indie italiano deriva da quello inglese, americano. In Italia l’indie è copiato da quello estero.

Mao: E’ copiato anche in questo?

G.D.: Sì, per forza! Ma apparire è ovunque, pure un dottore che deve ricevere un paziente deve mostrare un’immagine di sè consona al suo ruolo. Perchè essere non è nessuno. Visto che la domanda era filosofica, ti rispondo in termini filosofici.

Mao: Sì, ok. Nessuno è per quello che è.

G.D.: No, nessuno è. Stop. L’essere non esiste.

Ciop: Sembra un’intervista di Ciprì e Maresco in questo momento.

Mao: Esiste solo l’Avere.

G.D.: Esiste solo L’Apparire.

Mao: No, io mi riferivo ad “Avere o Essere” di Eric Fromm.

G.D.: …ai verbi ausiliari! é copula…

Mao: “copula”, che bella parola!

G.D.: Già, ma voglio fare un regalo a tuo fratello. Gli regalo una citazione. Delais, che è un filosofo vero, dice “Non è vero che noi abbiamo un corpo, noi siamo un corpo, perchè noi non siamo”. Con questo t’ho detto e spiegato con due parole tutto quanto.

Mao: Siamo corpo perchè non siamo. Io non l’ho capito sto concetto!

G.D.: Allora, non è vero che noi possediamo un corpo perchè per possedere un corpo ci vuole un io che lo possegga. Ma se noi non siamo, non possiamo possedere niente.

Mao: Ma chi l’ha detto che noi non siamo?

G.D.: Aspetta… io ho detto una frase di Delais, non è mia!

Mao: E perchè me l’hai detta?

G.D.: T’ho citato Delais per rispondere alla domanda.

Mao: Personalmente trovo sterile il citazionismo.

G.D.: Vabbè, ho capito: vuoi fare quello che ho fatto io fino ad adesso! Mi vuoi rompere i coglioni!

Mao: Eh sì…

G.D.: Va bene, rompimeli! Tanto io me li faccio frangere spesso…

Mao: No, ma se vogliamo approfondire, io sono qui.

G.D.: Allora ti spiego. La maggior parte delle persone, soprattutto nella cultura cattolica, pensa ad una scissione tra corpo e anima, o tra un IO pensante e un corpo che l’IO possiede. A dispetto di questa imperante visione Delais dice che non è vero che c’è un IO che possiede un corpo perchè l’IO non c’è, ma c’è solo un corpo e noi siamo un corpo perchè noi non siamo. O quantomeno non siamo in quello che siamo. Siamo in un qualcosa che non sappiamo.

Mao: E’ come se non esistesse il contenuto ma solo il contenitore.

G.D.: Ma il contenitore è come se fosse tutto, il pensiero è il contenitore stesso. Questo è il discorso. Io che parlo sono un corpo, ed è il corpo che pensa.

Mao: E’ il corpo che parla, il corpo che pensa perchè noi siamo corpo.

G.D.: Esatto! Perchè noi non siamo, è questa la cosa importante. Siamo solo corpo perchè non siamo!

Mao: Ok, siamo solo corpo.

G.D.: Sì, ma come ti devo spiegare: siamo solo corpo perchè non siamo come essere. L’essere non esiste. Siamo solo corpo perchè non siamo. Ma non è che non siamo completamente, non siamo in quanto essenza, in quanto quello che c’è. In quello che ci manca probabilmente siamo. Dove si manifesta l’uomo? Se tu ad esempio dici “Ah che sete che ho!”, cosa ti manca in quel momento? Un bicchiere d’acqua. Ecco, tu sei in quel bicchiere d’acqua, la tua essenza è in quel bicchiere d’acqua, in quel desiderio inespresso, irrealizzato. Una volta realizzato il desiderio c’è la noia di averlo realizzato e quindi non sei più, cioè ritorni a non essere. E’ un discorso molto lungo e farlo adesso, sbriciolandolo così… poi per tuo fratello, dai…

Mao: Dici, non ne vale proprio la pena… Dopo ‘ste domande… Se allora vuoi lasciare un ultimo commento, se vuoi ringraziare qualcuno…

G.D.: Mi sa che ne ho dette parecchie…

Mao: Pensi possa bastare quindi!

Ciop: Bè all’album chi altro ha collaborato?
G.D.: Ah sì, il fratello di Giorgio Tuma. C’è un’errata corrige che bisogna segnalare: nel booklet c’è scritto Claudio Tuma, che sarebbe lo zio di Giorgio Tuma. Invece nell’album suona il fratello di Giorgio Tuma, che si chiama… ehm… porca troia…

Mao: Io lo segnalerei pure…

G.D.: (uscendo dalla stanza, ndr) Matilde, Maatiildee… come si chiama il fratello di Tuma?
M.D.: Eh… Marco!
G.D.: Sì, Marco. Marco TUMA ai flauti. E poi Andrea Perrone che è invece un amico di Campi (Campi Salentino, località in provincia di Lecce, ndr) che ruota intorno al Sud Est Studio.

Mao: Ok. Penso possa bastare come ringranziamenti e citazioni. Cioè non so, se basta a te!

G.D.: Sì, sono questi tre che hanno collaborato. Poi altri ringraziamenti sono nel libretto, per le persone che ci hanno prestato gli strumenti.

Mao: Ecco, ho un’ultima domanda. Il 25 Marzo sarà la vostra prima data. Suonate come gruppo spalla agli Yuppie Flu. Ti piacciono?

G.D.: Sì, mi piacciono. L’ultimo album un po’ meno a dire la verità.

Mao: Io ho intervistato anche loro. Devo dire che sono stati un po’ sulle loro…

G.D.: Un po’ come me allora…

Mao: No, meno antipatici. Meno problematici. Perchè tu non sei un ragazzo antipatico… tu sei un ragazzo problematico!

G.D.: Sono un po’ polemico.

Mao: Sì, un po’ polemico. Poi io credo che la polemica fine a se stessa sia bella. A me piacciono le polemiche sterili.

G.D.: Sono le polemiche mie. Polemiche sterili che non servono ad un cazzo…

Mao: Le polemiche serie non sono necessarie. Perchè se ci sono dei problemi, a che serve polemizzare?

G.D.: La polemica è proprio così, più è inutile più è bella. Ad esempio nel Barbiere di Siviglia, Rossini ha scritto le arie più belle, più artisticamente costruite, sono quelle non dedicate ai momenti salienti della storia, ma ai momenti inutili della storia. Quando per esempio il Conte d’Almaviva dice “Ma dov’è la bottega?” e parte tutt’un’aria su dov’è la bottega. Una cosa inutile! Una cosa che si può dire in due parole, no? Invece ce ne sono cinquantamila. E’ proprio così la polemica, come un’aria di Rossini.

Mao: Quindi tornando alla domanda: 25 marzo, Roma, Circolo degli Artisti, Yuppie Flu. Come nasce questa data?

G.D.: Sono stati i ragazzi di Rockit ad organizzarla. Hanno invitato noi e gli Yuppie Flu. Hanno reputato evidentemente che gli Studiodavoli fossero all’altezza dell’evento. Comunque c’è da dire che Rockit ci segue veramente con interesse. Alla redazione piacciamo…

Mao: Bè non sono gli unici…

G.D.: A cui piacciamo? Ah, non lo so… un minimo di seguito c’è.

Mao: E voi li avete già conosciuti gli Yuppie Flu?

G.D.: No, io li ho visti qua quando sono venuti a lecce qualche anno fa, ma certo non sono andato da loro a dire “Ehi ciao sono quello degli Studiodavoli”.

Mao: No, che c’entra… fate lo stesso mestiere, magari amicizie in comune, cose così…

G.D.: Sì, ma con gli Yuppie Flu non è mai capitato niente del genere, quindi stavolta sicuramente sarà diverso.

Mao: Ha fatto da gruppo spalla Cioppino, ce la farete anche voi.

G.D.: Ah avete suonato anche voi.
Ciop: Sì, quando vennero a suonare al Candle.
G.D.: Ah io li ho visti là… ma forse sono arrivato tardi.

Mao: Ti sei perso la loro esibizione allora…

G.D.: Ok, basta domande dai… L’intervista più lunga che abbia mai fatto!

www.studiodavoli.net

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