Menu

Sigur Rós – Roma, 25/07/05

Dopo due anni i Sigur Rós tornano in Italia per presentare in anteprima alcuni brani del nuovo “Takk…” in uscita a settembre, ma non solo…

di Piero Merola

foto della serata direttamente dal sito ufficiale della band

Non poteva essere scelta una location migliore per questa prima data italiana del tour estivo della band islandese, la cavea dell’auditorium di Roma, il futuristico impianto progettato da Renzo Piano. Struttura e acustica perfetta a parte, questa stasera non sarà solo una questione di acustica. Ci sono loro, i Sigur Rós, uno dei più talentuosi fenomeni musicali tra i recenti nomi nuovi della scena rock. Anche se a dirla tutta sono ormai passati otto anni dall’inizio della loro imprevedibile ascesa. Il nuovo attesissimo quarto lavoro, “TAKK…” (trad.grazie) uscirà tra meno di due mesi, ma, forti di un seguito ormai nutritissimo, rischiano come solo i maestri Radiohead osano, proponendo un set quasi per metà composto da brani nuovi e sconosciuti. Tenendo però bene in considerazione che tre dei sette estratti da “TAKK…” sono comunque già noti ai fedelissimi perché già eseguiti dal vivo nell’ultimo tour e in brevi apparizioni live. Ciò nonostante è un rischio che può essere corso solo da una band di un certo livello. E loro, nonostante la peculiare timidezza e umiltà, superano l’ostacolo con una sicurezza da veterani.
Il propedeutico prologo spetta alle Amina, quartetto d’archi, ma non solo, formato da quattro carinissime ragazze, anche loro islandesi, preziosissime collaboratrici della band che presentano il loro EP “AminaAmina”. Propedeutico perché è solo un assaggio delle atmosfere che caratterizzeranno la serata. Suite strumentali con accenni di loop e sperimentazioni ambient. Tra gli strumenti spiccano una sega e dei bicchieri. Da segnalare il candore di ”Fjarskanistan e l’ipnosi di “Blaskjar“.
Con altrettanta modestia, dietro a un particolare sipario a tre tende salgono sul palco i veri protagonisti della serata. Dopo un’angosciante sottofondo introduttivo si parte con ”Glósóli”, il primo inedito della serata. Una strana percussione gracchiante guida le stridenti evanescenze tastieristiche. Solenne si materializza la voce, celestiale e trasognata, per una solennità rotta solo nel vertiginoso crescendo finale con gli improvvisi tuoni di basso e batteria che iniziano a scolpire il ghiaccio in un vortice che all’improvviso sfuma in un lontano tripudio di campanellini.
Jonsi impugna il fedele archetto del violino in quella postura che lo rende unico e inconfondibile, anche nella sagoma dell’ombra proiettata nello schermo retrostante. La lunga introduzione è accolta da un boato. E’ il vecchio gioiello “Ný batterí”, uno dei momenti più pop della serata. Pop a modo loro, inteso come immediatezza melodica, perché la malinconia resta sempre la regina incontrastabile nell’altalena emotiva scandita dall’organo che sostituisce i fiati. Sempre da “Agætis byrjun” l’altro brano che li ha resi famosi (al punto da essere passato in rotazione continua su Mtv nei giorni della morte del papa), l’incantevole inno dei ghiacci, ”Svefn-g-englar. Un turbine emozionale di dieci minuti con il commovente cantato avvolgente di Jonsi. Sollievo e disperazione. Dopo la nostalgia tornano sul palco le Amina e con loro tornano le novità. In hopelandic (trad.speranzese,il linguaggio personale modellato da Jonsi fatto di vocalizzi, gemiti e gorgheggi). ”Sæglópur” con il piano che tanto ricorda “Because the night” di Patti Smith e un’incedere quasi anni80, sia chiaro, restando sempre e comunque in ottica Sigur Rós. Le spirali ritmiche sono squarciate
da gelidi violini che soffocano il brano in un fioco torpore da cui rinasce abbagliante ”Sé lest” (già nota come “Celesta”) nel suo intreccio di glockenspiel, piano e, appunto, celesta. Fiabesca da far sciogliere anche i cuori più freddi. E poi gli altri due nuovi brani non proprio inediti, sulla stessa linea la vellutata ”Miláno” che si distingue però per una sferzata orchestrale che fa da spartiacque tra i due momenti soft del brano; e l’assai più cupa ”Gong” con la sua ritmica dark e la rabbia finale che come al solito implode timorosa nella quiete della chiusura.

Poliedrici più che mai, Orri, il batterista si alterna allo xilofono con Jonsi, mentre Kjartan si divide tra tastiera e chitarra. Ultima novità della serata l’indiretto tributo ai Radiohead nel velato romanticismo della dolcissima”Andvari”. A sentire queste anteprima è doveroso aspettarsi da questo disco, a detta di Jonsì più felice e ottimista, un nuovo capolavoro.
L’archetto del violino ondeggia sempre leggiadro. Sembra quasi dirigere le caleidoscopiche immagini che scorrono sullo schermo. Uno scroscio di applausi accoglie ”Vaka”, il brano d’apertura del terzo album senza titoli “( )”. Il piano notturno e le stridenti sviolinate su chitarra per uno dei momenti più toccanti e strazianti. Sette minuti di suggestioni lunari e brividi lungo la schiena. C’è spazio per due tra i brani più cinematografici ”Viðrar vel til loftárása”, una delle melodie più composite e originali con piano e violini che sembrano parlare e quei dieci secondi di gelido silenzio da restar senza fiato e la marcia artica di ”Njósnavélin” (quella di Vanilla Sky che ha fatto innamorare mezza Hollywood).

Inframezzate da ”Haffsol” introdotta dalle bacchettate del diligente Georg sul suo basso. Epica e solenne con la scintillante accelerazione finale guidata dalla prorompente batteria di Orri. La voce si supera. Come nella festosa esplosione della natura nel paradisiaco post-rock di ”Olsen Olsen” tra rallentamenti quasi walzer e fughe orchestrali di flauto e pianoforte. E infine la lunga cavalcata ”Popplagið”, il brano di chiusura dell’untitled. Il finale devastante, noise, impetuoso, spietato è l’ultima tempesta che frantuma il ghiaccio dopo due ore tra sogno e realtà. Il sipario scende lentamente.
Tutt’altro che loquaci, loro, abbandonano silenziosi il palco. Ma ritornano a sorpresa per l’inchino finale.
Takk…

Piero Merola

foto della serata direttamente dal sito ufficiale della band

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Close