BEST ALBUMS 2023: i migliori dischi del 2023
Una guida all’ascolto tra quelle che riteniamo essere le migliori uscite discografiche del 2023.

Secondo giro di danza: dopo aver fatto il punto delle uscite discografiche del 2023 per quanto concerne il panorama italiano, è giunto il momento di ampliare l’orizzonte e proporvi la nostra classifica delle migliori uscite discografiche di tutto il mondo.
Anche qui, il concetto è il medesimo di sempre: non vedetela strettamente come una competizione tra artisti, quanto piuttosto come un invito a scoprire, riscoprire, ascoltare e riascoltare tutto ciò che, in un modo o nell’altro, abbiamo ritenuto meritevole di una menzione tra quanto pubblicato nel 2023 in qualsiasi parte del globo.
Abbiamo scelto 40 dischi, e volendo ce ne sarebbero anche di più, spulciateli tra le nostre recensioni. Ci sono alcune tendenze interessanti: pensiamo alla nuova scena hardcore statunitense, portatrice delle istanze della comunità black (Zulu, The Armed), ma anche al post-punk meno uniformato agli standard attuali (Mandy, Indiana e Squid), diversi evergreen su cui contare sempre (Slowdive, Swans, Depeche Mode…), qualche nuova leva che ci ha fatto saltare dalla sedia (Nabihah Iqbal, Upchuck, Akersborg…) e quel matto di Andrè 3000, che per quanto ci riguarda, vince il premio di disco sorpresa dell’anno (e che per questo trovate in copertina).
In tutto questo abbiamo scelto come “vincitore” l’album di Forest Swords, “Bolted“, perché ci è sembrato il più compiuto e completo in un’annata di tanti bei dischi, ma in cui nessuno ha davvero fatto piazza pulita.
Bando alle ciance, questa è la nostra classifica con le migliori uscite discografiche del 2023.
40. Crosses ††† – Goodnight, God Bless, I Love U, Delete
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Un disco dai mille colori, ma tutti con una tonalità buia e fredda. Chino Moreno e Shaun Lopez giocano con gli spiriti del passato per creare qualcosa che rimanga nel futuro.
39. Blonde Redhead – Sit Down for Dinner
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Permeato da un’urgenza creativa su cui non tutti avrebbero più scommesso, il nuovo album dei Blonde Redhead eleva e nobilita un normale momento di vita quotidiana e ci consegna l’intimità della band e la profondità delle sue elucubrazioni: declinare l’invito, allora, è davvero impossibile.
38. PJ Harvey – I Inside the Old Year Dying
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Le intenzioni della musicista britannica sono chiare: la ricerca dell’album perfetto, della classifica o del prestigioso premio non è più nei suoi pensieri. Ciò che ora le interessa è ritrovare il perduto ardore musicale d’un tempo ritornando in sintonia con ciò che la fa sentire viva: la musica.
37. Kid Dracula – A Gradual Decline in Morale
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Cosa fa di “A Gradual Decline in Morale” un disco degno di attenzione? Per quanto il personaggio in sé e per sé, con tutte le interviste rilasciate in cui sciorina le peggio “brutalità” come il fatto che se non avessero fatto i musicisti sarebbero stati un serial killer, la fissa per la morte e altre amenità di questo tipo non sia nulla di nuovo, è innegabile che il gusto e l’intelligenza musicale di Kim Dracula siano senza ombra di dubbio sopraffini.
36. An Autumn for Crippled Children – Closure
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Forse non è ancora il momento di mettere in dubbio il cuore degli An Autumn For Crippled Children, che ancora sanno regalare momenti di devastazione motiva come pochi altri. La sensazione è però che questo cuore piano piano si stia spegnendo.
35. Upchuck – Bite the Hand That Feeds
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Come suona una band punk prodotta da Ty Segall? Semplice: come gli Upchuck.
34. Akersborg – Feelantropicoco
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Quando un vostro amico non proprio giovane vi dirà che oggi non esce più musica bella, di rottura e interessante dategli uno schiaffone ben assestato, prendetegli la testa e premetegliela contro le casse mentre suonate “Feelantropicoco” a un volume criminale. Vi ringrazierà oppure non sarà più vostro amico, in ogni caso avrete vinto.
33. Holy Tongue – Deliverance and Spiritual Warfare
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Gli Holy Tongue usano la dub come mezzo per sperimentare, come contenitore di idee, come narrazione che si autodetermina di volta in volta, ridefinendosi. “Deliverance and Spiritual Warfare” è un album di cui avevamo bisogno.
32. Danny Brown – Quaranta
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La lingua di Danny Brown continua a essere affilata, anche quando sembra non dover tagliare lo fa, anche quando è rivolta verso l’interno e non l’esterno e “Quaranta” è il suo fodero perfetto. Come dicevo, basta un disco, non cento, perché a un genere batta ancora il cuore.
31. Oxbow – Love’s Holiday
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Tutte perle opache che formano un unico collier da mettere in mostra durante l’apocalisse. È valsa la pena aspettare tanto tempo.
30. Empire State Bastard – Rivers of Heresy
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Gli Empire State Bastard sono – rullo di tamburi – Dave Lombardo, Mike Vennart, la bassista Naomi Macleod (qui il nome della sua band di provenienza lo aggiungo io: Bitch Falcon. Bellissimo.) e…Simon Neil. Sul serio? Sul serio.
29. Great Falls – Objects Without Pain
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In “Objects Without Pain” si assiste ad una continua devastazione neurologica data da scariche elettriche in continua ascesa, come se la furia cieca ma razionalissima dei Converge si scontrasse con la pesantezza psicologica dei Neurosis per poi venire sputato fuori con l’angoscia di band quali Amenra e Celeste.
28. Stian Westerhus – SOTT
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“SOTT” è un formulario di sensazioni che lasciano stesi a terra in lacrime o persi in una città senza fine.
27. B R I Q U E V I L L E – IIII
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Ancora una volta, se non di più, la minimale grandeur del misterico gruppo francese ha colto il segno dei tempi tracciando un solco sul terreno ormai arido di certi generi musicali.
26. bar italia – Tracey Denim
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Il modo in cui percepiamo questo album, che è un disco allegro, cupo, gioioso, malinconico, bianco e nero, forte e fragile, può donarci quel tocco di sensibilità che, troppo spesso, viene a mancare nelle nostre vite.
25. Reverend Kristin Michael Hayter – Saved!
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Kristin Hayter, libera dal suo progetto Lingua Ignota, costruisce un album scarno, minimale, in cui attraverso strumenti tradizionali, la sua voce è libera di cantare nenie, quasi ecclesiastiche, che arrivano finalmente al cuore e stavolta sempre, non solo in momenti determinati, cingono in uno strano abbraccio caldo e confortante; ed emozionano, diamine se emozionano.
24. Everything But The Girl – Fuse
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Tracey Thorn e Ben Watt ci regalano un disco squisito, di una sensibilità rara. Un lavoro sicuramente di difficile fruizione a causa dei temi e delle atmosfere non proprio solari, ma che colpisce dritto al cuore regalandoci emozioni vivide, andando a riconfermare l’abilità compositiva di uno dei progetti più rappresentativi del suo genere.
23. Fucked Up – One Day
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Uno degli album più energici e imperdibili della storia dei Fucked Up
22. GENN – Unum
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“Unum” conferma certamente che le ĠENN sono un’entità unica nel panorama e che la loro miscela di post-punk, noise, folk maltese e jazz è riconoscibile e interessante, soprattutto nel suo saper incorporare elementi oscuri e psichedelici in un sound che è ormai inflazionato.
21. Liturgy – 93696
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Cosa rimarrà dopo un distico di album come “H.A.Q.Q.” e “93696” non è davvero dato sapersi. L’unica certezza è che l’asticella è arrivata tanto in alto che renderà difficile un ulteriore rinnovamento della forma in senso verticale.
20. Protomartyr – Formal Growth In The Desert
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Un disco che rivisita la memoria sotto una plumbea luce che mescola disperazione, scatti in avanti e blocchi malinconici il tutto in una salsa eclettica e impressionista.
19. André 3000 – New Blue Sun
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André 3000 a ben pensarci, è tantissimo tempo che si diverte a fare cose che non tutti si aspettano, e per fortuna, altrimenti un disco tanto bello non sarebbe uscito.
18. Xiu Xiu – Ignore Grief
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Ogni tragedia ha il suo suono. Quello di Xiu Xiu pare sempre di più quello perfetto per raccontarla, sia essa reale o immaginifica.
17. Venera – Venera
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“Venera” ha un focus che molte altre creazioni ambient non hanno, è motivato e compatto e sembra tutto tranne che un esperimento estemporaneo. Tanto è grosso che pare – per fare un parallelismo assurdo e videoludico – un mostro di un qualche gioco “soulslike” impossibile da terminare ma comunque divertente proprio per questo.
16. Depeche Mode – Memento Mori
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I Depeche Mode si dimostrano ancora una volta bestie d’altra razza rispetto a chiunque venga accostato loro. Si è già letto in giro qualche “nulla di che” e “ma che avranno mai ancora da dire questi?”. Beh, cari miei, tutto.
15. King Gizzard & The Lizard Wizard – The Silver Cord
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Questo è un disco compatto, senza debolezze, che si lascia ascoltare con piacere: ancora un miracolo di creatività, senza pari nell’attualità musicale.
14. Nabihah Iqbal – Dreamer
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Davanti ad un album come “Dreamer” non può che cadere ogni maschera, mostrandoci anche i nostri lati più intimi e nascosti che magari potremmo provare a riscoprire e, perché no, a tirare fuori in determinati momenti di questa imprevedibile vita.
13. David Eugene Edwards – Hyacinth
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Al netto del suo essere di base silenzioso e rarefatto, “Hyacinth” è un album che pesa svariate migliaia di tonnellate ed è il migliore nella discografia del Nostro in termini puramente emotivi da almeno dieci anni a questa parte. Il bello sfigurato che vince sulla morte e segna la rinascita. Il mito che si fa realtà.
12. Swans – The Beggar
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Ascoltare “The Beggar” è un’esperienza assimilabile alla visita ad un antico tempio dedicato al culto di una divinità dimenticata, Gira è il sommo sacerdote, i suoi druidi reggono gli strumenti sacri e praticano gli antichi rituali, la musica suggerisce atmosfere avvolgenti e solenni, le ripetizioni degli accordi ipnotizzano e allineano le frequenze dell’anima.
11. Yves Tumor – Praise A Lord Who Chews But Which Does Not Consume; (Or Simply, Hot Between Worlds)
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“Praise A Lord Who Chews But Which Does Not Consume; (Or Simply, Hot Between Worlds)” è un disco riuscitissimo, forse il più riuscito di Yves Tumor proprio perché condensa, con palesi velleità di arrivare anche al mondo mainstream, tutte le idee e la ricerca artistica maturate finora dall’eclettico cantante.
10. Panopticon – The Rime of Memory
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Campane a morto, cori sacrali, melodie struggenti, aperte all’estremo, quintessenza black metal che fa della propria natura ferale arma affilata e avvelenata, le ritmiche poderose imbastite da Lunn sono il tappeto di neve bruciante su cui crescono colonne di violenza e nostalgia
9. Dj Shadow – Action Adventure
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Roba oltre. Molto oltre. Così oltre da non poterla nemmeno segnare sulla mappa.
8. Slowdive – everything is alive
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“everything is alive” è il disco shoegaze dell’anno.
7. The Armed – Perfect Saviors
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Con una simile giostra di incessante critica sociale multicolore e musicata con tanta raffinata violenza sembra di stare in “Invisible Monster” di Palahniuk. Va da sé, è un complimento.
6. Mandy, Indiana – i’ve seen a way
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È un esordio che lascia il fiato sospeso in ogni suono e in ogni parola. Una rivoluzionaria marcia verso il cambiamento e verso il futuro.
5. Zulu – A New Tomorrow
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Soul Glo, The Armed e Ho99o9 hanno seminato, gli Zulu ne hanno raccolto i frutti e li hanno condensati in un’opera dal potere simbolico tanto forte quanto essenziale. Forse è presto per parlare di un vero e proprio movimento, ma è indubbio che da queste parti, quelle dei suoni con cui storicamente si è fatta la rivoluzione, qualcosa di grosso si sta muovendo.
4. boygenius – the record
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Se con le proprie carriere soliste Bridgers, Dacus e Baker hanno saputo ritagliarsi uno spazio personale nella scena indie pop/rock statunitense, con boygenius l’intento è quello di edificare una casa in cui creatività e sensibilità personali si contaminino a vicenda.
3. Squid – O Monolith
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Gli Squid sono ben oltre le influenze e le singole parti che compongono il tutto. Sono chiaramente nobilitazione della somma e dell’idea di gruppo.
2. Spotlights – Alchemy For The Dead
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“Will the music go on? For another million days”. C’è bisogno di nomi nuovi che non facciano rimpiangere la vecchia guardia, rammaricandoci di tempi che la maggior parte delle volte non abbiamo nemmeno vissuto. Per fortuna ci sono gli Spotlights.
1. Forest Swords – Bolted
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Undici tracce che sono veri e propri paracadute per l’anima, grazie alle quali ci si immerge più a fondo dentro sé stessi, come una lenta discesa sul buio assordante del proprio silenzio interiore.




